Papa: mondo in guerra, giornata di preghiera e pianto a Assisi

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Papa: mondo in guerra, giornata di preghiera e pianto a Assisi

Città del Vaticano, 20 set. (askanews) - "Oggi il mondo avrà il suo centro ad Assisi, per una giornata di preghiera, penitenza e pianto, perché il mondo è in guerra": così Papa Francesco nella messa mattutina a Casa Santa Marta prima di partire per Assisi dove si conclude il vertice interreligioso "Sete di pace" organizzato dalla comunità di Sant'Egidio, dalla locale diocesi e dai frati francescani. "Ho scritto una lettera ai vescovi di tutto il mondo - ha detto il Papa a quanto riferito dall'Osservatore Romano su Twitter - perché nelle diocesi si preghi con tutti gli uomini di buona volontà".

"Dio padre di tutti, cristiani e non, vuole la pace. Non esiste un Dio della guerra, quello che la fa è il diavolo".

"Preghiamo il Signore affinché ci dia un cuore di pace, oltre le divisioni delle religioni, perché tutti siamo figli di Dio".

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Assisi, 19 set. (askanews) - Quando Giovanni Paolo II inventò l'incontro di Assisi per la pace il muro di Berlino era di là dal cadere. Era il 1986. L'Unione sovietica produceva i primi scricchiolii. Ma nessuno, neppure il Pontefice polacco fieramente ostile al regime comunista in Europa dell'est tanto da avere archiviato la Ostpolitik del cardinale Agostino Casaroli ("Un fallimento", l'ha definita Benedetto XVI in un recente libro-intervista), immaginava che di lì a poco la cortina di ferro sarebbe evaporata, il Cremlino sarebbe entrato in crisi, l'Europa si sarebbe riunificata.

Il tema della pace non era certo una novità nel magistero dei Pontefici, Giovanni XXIII le aveva dedicato l'enciclica "Pacem in terris", l'urgenza della pace attraversava la "Popolorum progressio" scritta pochi anni dopo da Paolo VI. Ma nei primi anni Ottanta la pace era una bandiera della sinistra mondiale, più che della Chiesa cattolica. E Karol Wojtyla, convocando Assisi, se ne riappropriò. "Il trovarsi insieme di tanti capi religiosi per pregare è di per sé un invito oggi al mondo a diventare consapevole che esiste un'altra dimensione della pace e un altro modo di promuoverla", disse in quell'occasione, "che non è il risultato di negoziati, di compromessi politici o di mercanteggiamenti economici. Ma il risultato della preghiera, che, pur nella diversità di religioni, esprime una relazione con un potere supremo che sorpassa le nostre capacità umane da sole. Noi veniamo da lontano non solo, per molti di noi, a motivo di distanze geografiche, ma soprattutto a causa delle nostre origini storiche e spirituali".

Da allora sono passati 30 anni. La comunità di Sant'Egidio ha tenuta accesa la fiaccola accesa da Giovanni Paolo II, portando "lo spirito di Assisi", ogni anno, in giro per il mondo. Nel frattempo c'è stata la guerra in Jugoslavia, il terrorismo islamista è diventato un tema centrale, le religioni sono tornate a riunirsi ad Assisi, dopo gli attentati dell'11 settembre, e poi di nuovo anni dopo con Benedetto XVI, c'è stata la guerra in Iraq, le primavere arabe, la nuova crisi del Medio Oriente. E sul soglio di Pietro è salito Jorge Mario Bergoglio. Che, domani, tornerà ad Assisi (è la terza volta, da quando è stato eletto, che torna nella città del cui santo ha scelto il nome, Francesco) per rilanciare lo spirito insieme ad oltre 500 leader delle altre confessioni e religioni. Sempre per invocare la pace per un mondo che ne ha bisogno più che mai. E che, rispetto al 1986, sembra irriconoscibile.

Papa Francesco, che della pace francescana ha fatto un punto programmatico del suo pontificato, ha più volte denunciato che il mondo si trova in una "terza guerra mondiale", ancorché, sinora almeno, a pezzi. Ha contestato con forza l'idea che questa guerra sia una guerra di religione, così come la teoria dello scontro di civiltà o il tentativo di raffigurare l'islam come una religione terrorista. La guerra fredda è finita da tempo, ma con Jorge Mario Bergoglio il Vaticano l'ha definitivamente archiviata. Superando lo spauracchio dei "comunisti", aprendo la mano verso Russia e Cina, facendo proprie, con il primo Pontefice latino-americano della storia, le ragioni, e i problemi, del "global south", sganciando la Chiesa da una identificazione con l'Occidente alla quale diverse cancellerie hanno tentata di schiacciarla. Superate anche, in buona parte, i timori, emersi nel corso della storia degli incontri di Assisi, che un momento di preghiera comune fosse una forma di sincretismo, di relativismo, che la fede cattolica insomma perdesse la sua purezza. Anche quest'anno ad Assisi i rappresentanti delle diverse fedi pregheranno insieme, ma, per usare le parole pronunciata nella cittadina umbra dal cardinale nigeriano John Onaiyekan, "30 anni fa si diceva: siamo venuti insieme ad Assisi per pregare per la pace, ora diciamo: siamo venuti ad Assisi per pregare insieme per la pace" (Papa Francesco, del resto, nel corso di un viaggio ad Istanbul ha visitato la "moschea blu", spiegando, a conclusione, di aver "pregato" nel luogo di culto islamico). La Chiesa di Francesco vuole guardare superando antichi steccati. E concentrandosi sui più bisognosi: convinto che quella migratoria sia una delle più gravi crisi che sta affrontando l'umanità, il Pontefice argentino di origini italiane ha voluto ad Assisi, oltre ai leader religiosi, un gruppo di rifugiati che mangeranno con lui domani a pranzo. Rispetto al 1986, è un altro mondo, è un altro incontro per la pace.

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