NOI DONNE : alcuni articoli dell’ ultimo numero del giornale

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NOI DONNE : alcuni articoli dell’ ultimo numero del giornale

 

Riceviamo e pubblichiamo

Associazione Trastevere Rione XIII         associazionetrasteverexiii@gmail

 

ADESSO BASTA, la Campagna dell'Udi e il presidio di Roma

Presidio alla Regione Lazio nel giorno di avvio della campagna nazionale dell'Udi ADESSO BASTA per chiedere il rilancio dei consultori familiari pubblici

inserito da Tiziana Bartolini

Roma, 26 settembre 2016. “Noi c’eravamo ieri a fare le battaglie per conquistare i servizi, ci siamo oggi a difenderli e ci saremo domani, sempre all’insegna dell’autodeterminazione delle donne”. (ripresa, Vittoria Tola) Il riferimento è ai consultori familiari e, di conseguenza: alla contraccezione, all’informazione sessuale, all’applicazione della legge 194 (videointervista a R.Marcodoppido, C.Cantatore, G.Scassellati, L.Laurelli). 
Siamo a Roma, in una mattina baciata dal sole. A richiamare l’attenzione su questi temi sono le donne che hanno raccolto la sollecitazione dell’Udi e che, nella Capitale e in molte altre città, partecipano ai presidi organizzati all’insegna dello slogan ADESSO BASTA. È la campagna nazionale lanciata dall’Udi e che ha preso il via il 26 settembre, giornata mondiale della contraccezione nata per merito di alcune associazioni internazionali con riferimento alla Conferenza Internazionale dell’Onu (Il Cairo, 1944).
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È l’inizio di un percorso che durerà un anno, fino al 27 settembre 2017. Davanti alla sede della Regione Lazio, rispondendo alla chiamata del l’Udi Monteverde e dell’Udi romana La Goccia, si ritrovano un po’ ‘quelle di sempre’, donne che da anni si occupano dei consultori segnalando il costante depotenziamento dei servizi, l’invecchiamento di operatrici e operatori socio-sanitari, la fatiscenza delle strutture e il numero insufficiente. “Solo a Roma ne mancherebbero oltre 90, stando alle indicazioni della legge istitutiva che parla di un consultorio ogni 20mila abitanti”, spiegano. C’è poi il tema del diritto delle donne alla scelta di come partorire, visto che “l’unica Casa del parto, a Ostia, è stata chiusa determinando un disservizio e uno spreco di risorse economiche”. Una delegazione del presidio (le Udi romane, la Casa Internazionale delle Donne, il coordinamento Donne Cgil e Uil) ha incontrato l’assessora regionale Lucia Valente e la consigliera Marta Bonafoni, alla presenza dei dirigenti competenti.  Tra le questioni portate all’attenzione dell’amministrazione regionale (nota completa): il potenziamento e rilancio dei consultori pubblici per garantire una prevenzione e contraccezione sicura e gratuita in tutta la Regione, la non ammissibilità di personale obiettore ai bandi di concorso nei reparti che per legge devono applicare la 194, l’erogazione gratuita nei consultori di ogni tipo di contraccettivo, l’accesso gratuito alla RU486 in day hospital fino a 63 giorni (9 settimane) in tutti gli ospedali come avviene in tutta Europa.  La Regione Lazio, dal canto suo, ha spiegato che sta uscendo dal commissariamento imposto dalla pesante situazione debitoria trovata, cosa che permetterà di emettere alcuni provvedimenti che potranno iniziare a dare risposte, e ha sottolineato che un primo risultato è stata la sentenza del TAR sull’IVG farmacologica. La disponibilità a istituire un tavolo di consultazione è un passo nella direzione dell’accoglienza delle istanze delle donne. Si vedrà presto se alle buone intenzioni faranno seguito azioni concrete.  

 

 

 

 

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AAA Cercasi terapia per curare i violenti

Il violento è espressione e prodotto di un intero sistema sociale sessista, discriminatorio e maltrattante. Quindi "in terapia" dovrebbero andare tutte le istituzioni

inserito da Raffaella Mauceri

AAA cercasi terapia per curare i violenti

Raffaella Mauceri

Cercasi vaccino, pillola, pomata, endovena, intervento chirurgico, insomma qualcosa per far sì che gli uomini la smettano di picchiare, stuprare e uccidere le donne. Scherziamo? Non proprio. 

Il pensiero ci trafigge il cervello ogni volta che ci capita di leggere di terapie sperimentali. In linea di principio, infatti, è tale e tanta la disperazione che daremmo il benvenuto anche ad una pozione magica, un intruglio da fattucchiere, un colpo di bacchetta magica…qualunque cosa, insomma! 
Se non fosse che, stando ai calcoli dell’Onu, i maschi violenti (diretti, accertati e manifesti) sono almeno un terzo della popolazione maschile mondiale, cioè milioni di milioni. E prenderli uno per uno in terapia sarebbe come cercare di vuotare l’oceano con un bicchiere. Senza contare che l’operazione avrebbe costi stellari, assolutamente insostenibili per qualsiasi paese, figuriamoci per il nostro! 
Ma soprattutto perché, a parte quel 5-6% di soggetti violenti clinicamente disturbati che hanno bisogno di un trattamento psichiatrico tout court (anche se, guarda caso, anche loro scelgono vittime di genere femminile…), tutti gli altri sono lucidi, consapevoli e pure orgogliosi di essere violenti perché far paura alle vittime li fa sentire onnipotenti. 
Da qui, le nostre perplessità di fronte alle ipotesi e agli esperimenti di trattamento/ recupero/rieducazione/reinserimento dei maschi violenti. Da qui la domanda: ma nel frattempo non possiamo attivare o potenziare altre “terapie” più concrete che partano dal concetto che il maltrattante di donne prima di tutto è un criminale? Lo si fa con i mafiosi, con i ladri, con gli spacciatori….perché non anche con i maltrattanti di donne? Perché con loro si tirano fuori il “raptus”, il “delitto d’impulso” e il “delitto passionale” (altro nome del vecchio delitto d’onore)? Perché a loro si concede di tutto: il patteggiamento, le attenuanti, gli sconti, i domiciliari, i premi…?
Non sarà perché il maschio violento è espressione e prodotto di un intero sistema sociale sessista, discriminatorio e maltrattante in cui, di dritto o di traverso, consapevolmente o inconsapevolmente, si identifica gran parte del genere maschile? Non sarà che il maschio violento è il braccio armato di una società maschile che, chi più chi meno, odia le donne? O non le ama o le considera inferiori o non gliene frega niente? O pensa che è colpa loro se si fanno uccidere perché magari rompono o non ubbidiscono o pensano di poter fare quello che gli pare? 
Ecco perché noi auspichiamo ben altre terapie per altri soggetti e con altre modalità. Pensiamo, ad esempio, ad una terapia riabilitativa per il nostro governo disabile che continua a produrre leggi incapaci di arginare il femminicidio che, nel frattempo, si è ulteriormente involuto e trasformato in famigli-cidio, cioè in strage familiare. 
Un governo disabile e sporcaccione incapace di capire che se continua a sostenere che la prostituzione è un mestiere come un altro, approva i 9 milioni di italiani che fanno sesso a pagamento affinché possano continuare ad esercitare quello che essi ritengono sia un servizio sociale per soli uomini. Sono loro, infatti, sono i cosiddetti “clienti” che, comprando carne umana femminile, foraggiano i trafficanti della tratta. Chi altri sennò? Dopodiché si auto-assolvono dicendo che quello della prostituta è un mestiere insopprimibile, inestinguibile, ineliminabile perché è il mestiere più antico del mondo. Sporcaccioni, ignoranti e falsi perché il mestiere più antico della donna è quello di fare la madre, non la prostituta. Nei paesi dove non c’è posto per la prostituzione, infatti, la violenza, lo stupro e il femminicidio sono un fenomeno di nicchia.

Altra terapia riabilitativa occorrerebbe d’urgenza al sistema-giustizia affetto da lentezza patologica e misoginia acuta. Un paio di esempi? 

1 - A Roma due abusanti delle ragazzine prostituite (che la stampa complice degli abusanti, chiama “baby squillo” come se fossero del mestiere) confessano di sapere che erano minorenni, e se la cavano con una multa di mille euro a testa, manco avessero posteggiato in zona disco. 
2 – A Siracusa Simona La Rosa ha presentato 10 denunce DIECI contro il suo stalker. Alla fine non è stata liberata dalle istituzioni preposte a questo compito, ma da un’intervista a “Le Iene”. 
Del resto è notorio che l’80% delle donne assassinate, muoiono dopo aver presentato numerose denunce giacché le istituzioni non riescono a prevenire/intervenire/tutelare le donne a rischio.
Figurarsi le denunce per diffamazione che giacciono per anni e anni sotto una coltre di polvere fino, a volte, alla prescrizione!

Non dimentichiamo una terapia anche per il sistema sanitario stante che sono ancora molte le città italiane dove i medici vedono i segni delle percosse e fanno finta di niente, e alla faccia del Codice Rosa, non si prendono nemmeno il disturbo di indicare alla vittima un centro antiviolenza. Per non dire dei medici che picchiano le mogli o dei ginecologi che molestano le pazienti, o si dichiarano massicciamente obbiettori di coscienza, salvo poi a riceverle nei loro studi privati e fare l’ivg a pagamento. L’occasione, infatti, ci è gradita per suggerire alle donne di rivolgersi alle dottoresse incrementando così la fiducia e la stima reciproca. 

E una bella terapia per le Forze dell’Ordine, no? Se beccano in flagranza di reato un ladruncolo con una cesta di limoni, lo portano in carcere e il pericoloso criminale viene processato per direttissima e condannato in men che non si dica. Quando invece una donna con la faccia tumefatta o il naso rotto o un braccio appeso al collo, va a denunciare il marito violento, c’è ancora il poliziotto di turno che sbalordisce ed esclama: “Signora! ma che cosa ha fatto per fare imbestialire suo marito in questo modo?”. Dopodiché chiama uno di quei centri antiviolenza che a puro titolo di volontariato rispondono (per davvero) 24 h, e dice: “Abbiamo una donna con due bambini che non può tornare a casa perché lui l’ha minacciata di morte. Venite a prenderla?”. 
Accaduto a Genova: Lui 77 anni, lei 76. La donna chiama i carabinieri perché il marito la picchiava, i militari arrivano, lo calmano (?) e se ne vanno. Poco dopo, il dramma annunciato, anzi annunciatissimo: l’uomo, già denunciato più volte per maltrattamenti sin dal 2012, strangola la moglie.

E passiamo alla scuola. Da 40 anni le femministe dicono e ripetono e ribadiscono, inascoltate e disperate, che occorre inserire nei programmi l’educazione al sentimento, l’educazione al rispetto, l’educazione alle differenze. Ma da quest’orecchio le alte sfere non ci sentono e così nel frattempo, la violenza è scesa fino alle scuole elementari, dove si sono rilevati casi di emulazione dello stupro singolo o di gruppo, a soli otto-nove anni. Nel caso in cui sono più grandicelli, tipo quei cinque giovanotti di buona famiglia che hanno stuprato tutti e cinque a turno una coetanea, i loro padri invece di accompagnarli ad un ufficio di polizia a poderosi calci nel fondoschiena, ripetono in coro con i loro avvocati: “Ma suvvia, è stata una ragazzata!”. 
Segno evidente che a poderosi calci nel fondoschiena andrebbero accompagnati loro: i padri. 

Altra piaga di enorme estensione e gravità per la quale non si riesce a trovare una terapia sono i pedofili, che si contano a milioni, specie quelli con la tonaca che sono in assoluto i più ripugnanti. Ogni anno l’associazione Meter scopre centinaia di nuovi siti pedopornografici dove si mostrano, e si smerciano, bambini da zero anni in su. E decine di migliaia di visitatori pagano fior di quattrini per acquistare prima le sequenze e poi i corpicini di questi piccoli innocenti violentati e seviziati. Per costoro molti invocano la castrazione. Ma al di là delle invocazioni, di fatto nessuno fa niente. Compreso il papa che appena insediato annunciò un bel repulisti e non ha fatto un bel nulla.

Dulcis in fundo, la stampa dove gran parte dei cronisti/e di nera che nella loro vasta incompetenza e disgustosa insensibilità, ci descrivono un femminicidio come una romantica storia d’amore dove la donna moribonda o uccisa esce di scena, e al centro della cronaca resta lui, l’assassino “un pover’uomo distrutto dal troppo amore che non accetta che lei lo lasci perché lei era sua e basta”. Gli manca soltanto la medaglia al valore e il quadro è completo.

E adesso ecco un esempio clamoroso della necessità di svariate terapie intrecciate: 
Latina (Roma)
1 - Lei lo denuncia per stalking
2 - Scatta l'ordine di allontanamento dello stalker di ben 300 metri
3 - Lui vieppiù inferocito dalla denuncia, va a casa della denunciante (sicuramente a piedi) e la prende a 
martellate in testa.
4 - Il Tg 5 tiene a precisare che lui era "in preda alla follia".


- Arrestato SOLTANTO l'uomo col martello.
- Non il LEGISLATORE che vorrebbe fermare la strage con gli ammonimenti e gli allontanamenti.
- Non la POLIZIA che avrebbe dovuto indirizzare la donna ad un centro antiviolenza qualificato che l'avrebbe rifugiata e le avrebbe salvato la vita, e non lo ha fatto.
- Non il GIORNALISTA che con la solita insopportabile, stereotipa “follia”, assolve l’assassino.

La violenza sulle donne ha mille facce, è antica, è endemica, è la trama e l’ordito del tessuto sociale, e la violenza sessuale è la più diffusa in assoluto, giacché è la cifra, lo schema, il paradigma del sistema patriarcale, è il sistema con cui gli uomini delimitano il loro terreno di caccia, con cui definiscono chi comanda e chi ubbidisce, chi è il padrone e chi è la schiava. E’ la lingua con cui gli uomini comunicano fra loro. 
Ma nell’immaginario collettivo, lo stupratore continua ad essere lo sconosciuto che abusa una donna perché lei è seducente e/o lo ha provocato. 
In realtà se davvero il movente fosse la provocazione e il conseguente incontrollabile attacco di concupiscenza, l’uomo non stuprerebbe bambine di pochi mesi né anziane di 90 anni né il cadavere di una donna, né una pecora o una gallina. Non stuprerebbe donne completamente coperte dal burka o dall’abito monacale. Non stuprerebbe la donna del nemico per punirlo razziando tutto ciò che possiede, e in primis le sue donne. Roma nasce da uno stupro di massa: il ratto delle Sabine. Soprattutto gli stupratori non stuprerebbero in branchi perché in tal caso occorre l’organizzazione e quindi la premeditazione che è l’antitesi dell’istinto.
Va detto inoltre che la violenza sessuale più diffusa è quella che si consuma in ambito coniugale perché la moglie è proprietà privata per eccellenza, e seppure nel lontano 1975 il cosiddetto “dovere coniugale” sia stato cancellato dal diritto di famiglia, è più vivo che mai nella pratica di tutti i giorni. 
A dir poco fantasiosa, oltre che estremamente misogina, la trovata di un giudice che per infliggere l’addebito della separazione alla moglie, la accusò di mancata “assistenza sessuale” al marito!
Ci scandalizziamo degli afgani che a 50-60 anni si prendono l’infame licenza di “sposare” bambine di 6 -7 anni e ucciderle a furia di stupri, dimenticando che il nostro paese ha il primato dei turisti sessuali che per pochi spiccioli vanno a stuprare le bimbe dei paesi più poveri e disperati.

Non c’è arte che non celebri o non si ispiri allo stupro. Tutte le arti classiche o moderne, vere o false sono un continuo pretesto per mostrare nudi di donne e donne nude anche legate, imbavagliate, inginocchiate, umiliate, uccise in un lago di sangue…. Lo hanno già fatto una casa di moda, un’azienda di prodotti per la pulizia della casa e un calzaturificio.

E adesso, cari siracusani, andate a guardare quante donne nude ci sono sul soffitto del Vermexio. Sono le veneri callipigie, che non significa veneri dagli occhi belli o veneri dal bel sorriso, no, no, significa “veneri dalle belle natiche”.
Siamo sommersi dalla pornografia. E la pornografia è propedeutica allo stupro. Distrugge l’autostima delle donne rendendole fruibili/commerciabili/commestibili, finché ormai si offrono esse stesse convinte che spogliarsi sia l’unica maniera di realizzarsi nella vita. 
Illibata viene dal verbo libare che significa mangiare, trattasi quindi di ragazze non mangiate. Concetto perfettamente tradotto nella concreta rappresentazione delle giapponesi servite in tavola nude e coperte di cibo che i commensali mangiano direttamente sul loro corpo.

Dalla moda che propone abiti sempre più succinti, ai programmi tv sempre più sboccati e volgari (vedi “Ciao Darwin”, un autentico porcaio), alla pubblicità sempre più violenta e via via fino alle rappresentazioni più raccapriccianti, come nei film dove lo stupro si accompagna alle sevizie e alla morte, si arriva all’ellisse: porno = violenza = porno.
Domanda: perché un sadico come Dario Argento invece di essere ricoverato in psichiatria, viene definito un maestro del cinema? Perché uno sporcaccione come Tinto Brass viene definito anche lui un maestro del cinema?

Di fatto, una società che continua, da un lato, a promuovere nel genere maschile la forza, l’egocentrismo, la competitività, la mascolinità poligamica e stupratoria, e dall’altro a reprimerne la sfera emotiva, non può che produrre “analfabeti emotivi”. Uomini cioè incapaci di gestire il dolore, la rabbia, la tristezza, l’abbandono, che sfogano sugli altri il loro potenziale distruttivo scegliendo le loro vittime, da vigliacchi qual sono, fra le donne e i bambini. 

Ogni volta che parliamo di uomini, c’è sempre qualche pia donna che, col sussiego di chi sta scoprendo l’acqua calda, ci raccomanda di non generalizzare perché gli uomini non sono tutti violenti, dominanti e delinquenti, perché ci sono gli uomini “bravi-buoni-perbene-rispettosi-amabili-meravigliosi”. A costoro rispondo con un motto di Einstein (e scelgo un uomo di proposito) che dice: “Il mondo è un posto pericoloso in cui vivere, non a causa di chi fa il male ma a causa di quelli che guardano e lasciano fare”. E per l’appunto gli uomini “bravi-buoni-perbene-rispettosi-amabili-meravigliosi” stanno a guardare. Indifferenti e forse segretamente compiacenti.

Dunque diamo forza ai centri antiviolenza doc, quelli nati dal femminismo che sono espressione della più grande e rivoluzionaria operazione “terapeutica” della storia: curare le ferite secolari delle donne e ricostruire la loro autostima distrutta dalla violenza patriarcale, giacché si incardinano sulla relazione fra donne, dove l’operatrice e la maltrattata si riconoscono l’una nell’altra entrando in sintonia, in armonia, in melodia. Essi trasmettono la forza immensa e la straordinaria bellezza della solidarietà femminile. Che esiste. Ed è grandiosa. Credeteci.

 

 

 

#NonUnadiMeno

L'8 ottobre a Roma la prima assemblea dell'iniziativa politica in vista della manifestazione del 26 novembre

inserito da Redazione 

NON UNA DI MENO
TUTTE INSIEME CONTRO LA VIOLENZA MASCHILE SULLE DONNE ! 
volantino
Verso l'assemblea nazionale dell'8 ottobrea Roma – ore 10.30-17.00 Università La Sapienza – e la manifestazione nazionale del 26 novembre!

La violenza maschile sulle donne, formalmente condannata, è continuamente perpetuata. La cultura patriarcale continua ad affermarsi con forza, ribadendo un livello di disparità fra donne e uomini che è la radice profonda del femminicidio. 

È il momento di essere unite e ambiziose, di mettere insieme le nostre intelligenze e competenze. Ogni giorno facciamo i conti con violenze e abusi in casa, in strada, nei posti di lavoro. La violenza è sempre una questione di rapporti di forza, sta a noi ribaltarli a partire dalla nostra unione e condivisione. 

Per questo l'8 ottobre avrà luogo a Roma la prima assemblea nazionale di un percorso che vogliamo sia ampio e partecipato, capace di produrre proposte e risultati concreti. 

La manifestazione nazionale del 26 novembre, in tal senso, dovrà essere solo il punto di inizio di un processo più grande che deve vederci tutte insieme a riaffermare l'autodeterminazione delle donne su lavoro, salute, affettività, diritti, spazi sociali e politici. 

Alla violenza domestica, agli stupri e alle uccisioni non corrisponde un'effettiva presa di coscienza della politica e della società nel suo complesso: i media non fanno che promuovere una rappresentazione stereotipata, spettacolare, morbosa e vittimistica (quando non colpevolizzante) delle donne; la formazione nelle scuole e nelle università sulle tematiche di genere è fortemente ostacolata; nei commissariati e nelle aule dei tribunali rischiamo ancora di non essere credute; la burocrazia e i tempi d'attesa ci fanno pentire di avere denunciato; i centri anti-violenza vengono chiusi o scarsamente finanziati, nonostante i soldi stanziati a livello nazionale e regionale; i percorsi di fuoriuscita dalla violenza non sono sostenuti adeguatamente da forme di accesso al welfare per le donne. E mentre accade tutto questo, Governo e istituzioni non sembrano voler dare risposte credibili; la violenza maschile viene affrontata in modo casuale ed episodico, spesso secondo i criteri dell'emergenza, laddove si tratta di un fenomeno strutturale che, come tale, richiederebbe politiche adeguate, coordinate e costanti verifiche della loro efficacia.
Per costruire insieme percorsi di lotta e di libertà,

#NonUnadiMeno

IoDecido - Rete Romana / D.i.Re – Donne In Rete contro la violenza / UDI – Unione Donne in Italia


Per info e adesioni: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.



 

Del coaching o delle promesse di cambiamento

Un settore in crescita con un’ampia presenza femminile e tante possibili declinazioni, una per ogni ambito della vita. Intervista alla coach Giovanna Giuffredi

Silvia Vaccaro

Quante volte ci siamo sentite inadeguate, in affanno, o incapaci di stabilire obiettivi e priorità nella nostra vita? Probabilmente è accaduto a molte di noi almeno una volta. Cosa fare in quei casi? A chi rivolgersi? Se ad affliggerci non sono traumi familiari o disturbi relazionali complessi per i quali occorre uno psicologo o uno psicoterapeuta, bensì ci danniamo su questioni concrete, come, per fare due tra i tanti esempi, la crescita professionale o il rapporto con il proprio corpo, si può pensare di ricorrere a un coach. Figura a metà tra il formatore e il trainer nata per accompagnare lo sviluppo dei manager in azienda in America negli anni ‘90, oggi il coach diventa personal oltre che tutor aziendale e il suo campo d’azione si allarga a diverse sfere di interesse, tanto che alcune stime, basate su un’indagine dell’International Coaching Federation Global su coaching, consulenza e formazione in 15 Paesi, parlano di un giro d’affari di due miliardi di dollari nel mondo. Di questi, circa 850 milioni in Europa e una ventina in Italia dove, nonostante la crisi, o forse proprio in ragione di essa, attività e fatturato sono aumentati negli ultimi quattro anni del 20 per cento. Di cosa significhi essere coach e delle ragioni della crescita del settore ne abbiamo parlato con Giovanna Giuffredi, una delle massime esperte di coaching in Italia. Oltre a essere un Professional Certified Coach, Giovanna è CEO di Life Coach Italy s.r.l, Direttrice didattica di Advanced Coach Academy e Direttrice editoriale della rivista di settore ‘Coaching Time’. 

Quando e perché ha deciso di diventare coach? 
È stato un cammino a tappe, per progressioni successive, attraverso cambiamenti e passaggi tra professioni solo apparentemente simili. Solo per citare le tappe più salienti, dopo la laurea in psicologia, ho approfondito il counselling rogersiano e la psicoterapia sistemico-relazionale e ho lavorato come consulente nell'orientamento scolastico, universitario e professionale per molti anni. In seguito, come psicologa del lavoro ho seguito molte aziende e come valutatrice di programmi comunitari mi sono dedicata alle analisi dei progetti finanziati nel mercato del lavoro. Nel frattempo sono diventata giornalista pubblicista e avevo ancora i miei pazienti, ma c'era di fondo qualcosa che mi spingeva a fare altri cambiamenti. Il filo conduttore è riconducibile alla ricerca di una dimensione professionale appagante che per me corrisponde alla possibilità di aiutare le persone a sviluppare le loro potenzialità. E solo quando ho incontrato il Coaching, ho lasciato andare tutte le altre professionalità, per dedicarmi completamente a questo straordinario approccio, che utilizzo al cento per cento nel mio lavoro, con i clienti privati, nelle aziende, nella formazione dei futuri coach e per diffondere la cultura del Coaching. Ho quindi fondato Life Coach Italy una società di servizi, una Scuola di Coaching, Advanced Coach Academy e un giornale online dedicato a questo approccio, ‘Coaching Time’. 
 
Il mestiere del coach non è regolamentato da un albo professionale al momento e può capitare di fare confusione tra formatore, coach, o psicologo? Cosa ha di diverso un coach rispetto ad altri professionisti? 
Il Coaching oggi in Italia è regolamentato dalla legge n°4 del 14 Gennaio 2013 (Disposizione in materia di professioni non organizzate) e il 12 novembre 2015 è stata pubblicata la Norma Tecnica UNI 11601. Il coach è un professionista che affianca il cliente, non insegna né consiglia, ma propone buone domande e feedback diretti, per stimolare il flusso dei ragionamenti. Non trova soluzioni, ma aiuta il cliente a trovare le sue risorse interiori per generare le “sue” soluzioni e accelerare processi decisionali, con la massima fiducia nella capacità del cliente di trovarle. Il Coaching non ha una funzione riparativa né tanto meno terapeutica, ma di sviluppo e miglioramento. Non si indagano mai le aree del disagio e della sofferenza, ma si lavora sul futuro desiderato.
 
Data la sua lunga esperienza nel settore, può dirci se ha riscontrato differenze sostanziali nelle richieste e nell'approccio dei suoi clienti in base al sesso di appartenenza?
Direi che le donne tendono a lavorare maggiormente per sviluppare una migliore percezione di sé e autostima. Cercano maggiore autonomia, vogliono cambiare o trovare lavori che le appassionino. In ambito professionale chiedono spesso di essere affiancate per valorizzare il proprio ruolo e gestire il giudizio dei superiori o dei collaboratori. Gli uomini dedicano con grande frequenza il coaching per migliorare capacità relazionali e comunicative, per implementare il proprio business e sviluppare una leadership efficace. 

Chi si rivolge a lei per un percorso di coaching? 
Nelle grandi aziende il coaching è rivolto soprattutto al il top management e lavoro sia con gli Executive one-to-one che con i team di lavoro. Da diverso tempo anche le Piccole e Medie Imprese hanno scoperto i risultati straordinari del coaching per raggiungere più facilmente risultati e migliorare la produttività. In ambito privato, seguo professionisti in tutti i campi, da quello sanitario, artistico, tecnico, commerciale e altro. E molte persone che vogliono invece lavorare solo sulla dimensione personale delle relazioni affettive o famigliari, o per ridisegnare il proprio futuro. 
 
Considerando il periodo storico economicamente duro e il tasso di occupazione femminile italiano più basso della media europea sopratutto al centro e al sud, crede che il coaching sia un ambito di sviluppo professionale in cui le donne possono trovare opportunità concrete di autonomia e realizzazione professionale?
Tra i coach le donne sono in netta prevalenza, circa il 60%, anche ai vertici dell'International Coach Federation Italia. Il mercato è ancora in crescita in Italia. Nel mondo i coach ICF sono circa 32mila presenti in 138 paesi.
 
Di recente ha pubblicato un libro "L'onda del coaching" edito da Piccin, in cui racconta e spiega moltissimi aspetti di questo affascinante mestiere. Cosa consiglierebbe da coach a una delle tante giovani senza lavoro o che vive un momento di difficoltà e disorientamento? 
Da coach farei delle domande per aiutare a fare chiarezza, tra i tanti aspetti che riguardano un ri-orientamento. Ad esempio: che cosa ti piace fare? In quale contesto ti piacerebbe lavorare per stare bene? (Area degli interessi); Di che cosa hai bisogno per provare soddisfazione e sentirti realizzata? (Area delle Motivazioni); In quali attività riesci meglio senza fatica? (Area dei Talenti); In che cosa credi profondamente? Che cosa è veramente importante per te? (Valori); Dove vuoi arrivare? Quale meta vuoi raggiungere? (Aspettative, progettualità). Si tratta di stimolare prima di tutto buone risposte per sviluppare consapevolezza di sé. Poi si esplorano possibili vie d’azione, realistiche, costruire un progetto lavorativo o professionale.

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