Elezioni 2018, e se un algoritmo contasse più di chi vince?

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Elezioni 2018, e se un algoritmo contasse più di chi vince?

Di Marco Volpati Mercoledì, 17 gennaio su Affaritaliani

Mancano più di sei settimane al 4 marzo. La campagna è già al massimo, ma la viviamo con fastidio; tutti contro tutti, con le unghie e coi denti, mentre il pubblico osserva senza partecipazione. I talk in tv fanno sbadigliare.

Più di tutto colpisce che l’incertezza italiana non turbi borse e mercati finanziari, che del resto hanno digerito la Brexit, la lunga crisi postelettorale della Germania, i sussulti secessionisti in Catalogna. E anche le minacce nucleari di Kim Jong-un, compresi i falsi allarmi alle Hawaii.

Viene un dubbio – quasi un incubo a occhi aperti - che ormai il destino di popoli e individui non dipenda più da governi e parlamenti. Destra o sinistra, populisti o moderati, nazionalisti o globalisti diventati intercambiabili, senza che avvicendamenti e convulsioni incidano sui “fondamentali”. I poteri veri sono nelle mani di chi possiede, padroneggia, amministra la massa dei dati depositati nel web. Dati non solo anagrafici e di reddito, ma estesi a interessi, gusti, tendenze, abitudini e vizi. Forse non è un luogo comune dire che determinano più Bezos e Zuckerberg che Trump, Putin, Xi Jinping, Macron o Merkel. I leader stanno in scena, ma il potere abita altrove.

Abbiamo avuto un capitalismo industriale che ha vinto la sfida con il comunismo sovietico. Poi è venuto il capitalismo finanziario, e le industrie sono emigrate inseguendo i costi più bassi. Siamo ormai al capitalismo informatico, che possiamo chiamare algoritmico. Chi possiede l’algoritmo ha in mano il futuro.

Il caso 5 Stelle-Casaleggio forse segnala un’intuizione in questo senso. Anche se i Grillini agiscono dentro la politica tradizionale, alla caccia di voti e maggioranze, contro tutti ma anche “come” tutti.

 

Se fosse vero che ormai il potere reale è lontano dalla politica, e la scelta dei leader pesa più o meno quanto i talent tv, gli Oscar o il Festival di Sanremo, dovremmo convincerci che la democrazia liberale, quella che caratterizza l’Occidente, ha bisogno di un tagliando serio per continuare a funzionare. Va bene parlare di “voto utile”, ma bisogna essere certi che votando si possano cambiare davvero le cose.

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