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NOI DONNE : alcuni articoli del giornale settimanale e mensile

 

Riceviamo e pubblichiamo

Associazione Trastevere Rione XIII

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Fertilità: chiediamo un Piano nazionale non ideologico

Le attiviste di "Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi" chiedono al Governo di correggere gli obiettivi del Piano nazionale per la fertilità

inserito da Maddalena Robustelli       


Il rilevante clamore mediatico, sviluppatosi in merito alla campagna promozionale del Fertility day, ci ha consentito di visionare il correlato Piano nazionale per la fertilità predisposto dal Ministero della salute. Ci siamo trovate di fronte ad un documento d’intenti, avente la finalità di “collocare la Fertilità al centro delle politiche sanitarie ed educative del nostro Paese”. Al fine di raggiungere questo obiettivo si propone di rileggerla “come un bisogno essenziale non solo della coppia ma dell’intera società promuovendo un rinnovamento culturale in tema di procreazione”. Solo che ad esaminare attentamente l’intero Piano nazionale per la fertilità constatiamo che si mandano al macero quelli che sono state e continuano ad essere passaggi fondamentali in tema di libertà delle scelte riproduttive. 
Non siamo contrarie a che si affronti il problema dell’infertilità dal punto di vista sanitario, ma collegarlo alla necessità di contrastare il fenomeno della denatalità in Italia è più che forzato. Premesso che le politiche sanitarie pubbliche non sono titolate ad entrare nel merito di questioni riguardanti la sfera privata di ogni cittadin*, ci domandiamo il motivo per il quale la campagna ministeriale, finalizzata alla prevenzione “perché l’infertilità è una questione di Salute Pubblica” (B. Lorenzin), vada ad esprimere giudizi di valore, quali quello che la maternità sia un Prestigio. Di qui a considerare non “prestigiosa” la donna che non avverte il bisogno di procreare o che non può farlo il passo è breve, configurandosi in tal modo una palese discriminazione e una violenza inaccettabile. 
Non si tratta unicamente di uno scivolone sul versante “comunicazione”, come se avessimo frainteso gli obiettivi. 
Dalla lettura del Piano appare evidente che a monte c'è un'idea, un progetto che ha un indirizzo e un'impostazione pericolose per uno Stato laico, che non dovrebbe indicare ai propri cittadini se, quando e come diventare genitori. Ci appare evidente allora di trovarci di fronte ad una delle tante scelte ideologiche connotanti il Piano nazionale per la fertilità, come d'altronde tale è anche quella di non valutare la stretta correlazione tra denatalità e insufficienti politiche a sostegno del lavoro e della sua conciliazione con i bisogni famigliari. Difatti leggere nel documento in questione che “non si può considerare il fattore economico l’unico elemento determinante nel rinvio di una gravidanza” evidenzia un giudizio che non compete a chi formuli un piano a carattere sanitario. Ad avallare siffatta impostazione ideale si corre il rischio che si passi celermente ad indicare autoritativamente le condotte personali, a considerare i corpi e i gameti come beni di proprietà dello Stato, a subordinarvi le scelte riproduttive personali, con una palese violazione delle libertà individuali. 
Come donne siamo ben consapevoli che un conto sia chiedere allo Stato di fornirci gli strumenti essenziali a soddisfare i nostri bisogni di specifici servizi sanitari, quali provvedimenti per una doverosa applicazione della 194 e una nuova e più che necessaria legge non discriminatoria sulla fecondazione assistita, dopo che la legge 40 è stata svuotata da innumerevoli sentenze. Altro è invece sminuire per meri calcoli ideologici il diritto di optare per una gravidanza o meno in base alle nostre esigenze di vita. Saremo noi a sceglierla quando considereremo in piena coscienza che sia arrivato il momento giusto.Soprattutto in un Paese come il nostro dove la maternità diventa un elemento di precarietà economica. Auspichiamo che si lavori in un'ottica di prevenzione, diagnosi precoce e cura delle patologie dell'apparato riproduttivo, che possono portare a problemi di infertilità. 
Al Ministero della Salute chiediamo di occuparsi quindi di infertilità maschile e femminile. Veicoliamo consapevolezza, non ruoli e destini predeterminati. Questo dovrebbe essere l'obiettivo primo di uno Stato che rispetta i suoi cittadini e le sue cittadine e che, con il giusto grado di empatia, gli permette di sviluppare appieno e liberamente i propri desideri e progetti di vita. 
L'art. 3 della nostra Costituzione recita: “E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
Prendersi cura della propria salute sessuale, conoscere il proprio corpo è una cosa, farlo per fini riproduttivi e dare figli alla patria è altro. Non riconduciamo tutto a un destino biologico. Perché ci potrebbero essere desideri diversi che vanno rispettati. Per questo occorre avere un approccio laico a questi temi, perché la laicità deve essere nel DNA di uno Stato che vuole trasmettere i giusti messaggi. 
A questo Governo, che sin dai suoi albori si definì come il più rosa della storia della Repubblica italiana, chiediamo, quindi, una formulazione nuova del Piano nazionale per la fertilità, finalmente libera da impostazioni ideologiche fuorvianti, facendone salva la parte frutto di contributi meramente tecnico-scientifici. La denatalità si argina con politiche pubbliche multidisciplinari congrue ed efficaci, non con tesi valoriali come quella di ritenere la maternità un prestigio. 
Questa volta la clessidra tanto criticata della campagna promozionale del Fertility day la terremo in mano noi, per verificare quanto tempo necessiti a questo Consiglio dei Ministri per capovolgere le linee guida dell’attuale Piano per la fertilità. Ricordando ai titolari dei dicasteri interessati alle questioni correlate alla scarsa natalità nel Paese, che “noi donne sono anni che chiediamo politiche per garantire l’autodeterminazione e la possibilità di avere i figli che vogliamo” (Linda Laura Sabbadini).

Il gruppo "Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi"



 

 

UDI: al via la campagna 'Adesso Basta'

Un anno di mobilitazione, riflessione e lotta politica su diverse questioni che ruotano attorno ai corpi fertili delle donne, al loro diritto di autodeterminazione

inserito da Redazione 
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L'UDI ha proclamato un anno di mobilitazione, riflessione e lotta politica su diverse questioni che ruotano attorno ai corpi fertili delle donne, al loro diritto di autodeterminazione e di cittadinanza nel lavoro, nella maternità, nella cultura, nell'educazione delle giovani generazioni, nella possibilità di rappresentarsi ed essere rappresentate. (intervista in NOIDONNE di settembre a Vittoria Tola e Laura Piretti, ndr)
Ci piace iniziare un anno di mobilitazione attorno al tema del corpo e del lavoro delle donne con la chiarissima espressione " Adesso Basta " e poi, a seguire, i nostri no e i nostri sì.
Partiamo dal 26 settembre con la mobilitazione sulla salute riproduttiva e sui consultori, sulla contraccezione, sulla legge 194 e l'obiezione di coscienza, ma continueremo sulla maternità e sul suo valore sociale, su come il welfare ne tiene o non ne tiene conto, cosa ci dice la maternità surrogata e quanto accade sulla riproduzione sociale, su come questa viene continuamente cancellata dallo spazio pubblico e ridotta a dettaglio a partire dal linguaggio de- genere, che tollera ancora diseguaglianze e stereotipi.
Se diciamo informazione sessuale nelle scuole non intendiamo dunque un’ora in più, ma di dare ai ragazzi/e, alle/ai giovani consapevolezza e strumenti per la propria salute riproduttiva, per costruire una cultura diffusa di rispetto di sé e delle differenze nell'assoluta parità dei diritti che dovrebbe far parte di tutta la formazione scolastica.
Iniziamo il 26 Settembre, nella Giornata Mondiale dedicata alla contraccezione, per chiedere conto alle Regioni e alle Asl del depauperamento dei consultori, del vergognoso balletto dei numeri (molto discutibili) ufficiali fra non obiettori e obiettori alla legge 194, costringendo il Consiglio d'Europa, che ha già a più riprese condannato l'Italia per l'eccesso di obiettori alla legge 194, per la mancata tutela del diritto delle donne e la discriminazione del personale non obiettore, a dire che stando così le cose sono violati principi fondamentali e forse non c'è equilibrio fra obiettori e non obiettori. Tra diritti delle donne e diritti dei medici!
Ma quale equilibrio? Con una media nazionale oltre il 70% e con punte regionali oltre il 90%, di quale equilibrio si sta parlando da parte della Ministra della Sanità? Si è forse tenuto conto delle peregrinazioni delle donne da una struttura all'altra? Della concentrazione su pochi medici, anche se non obiettori, degli interventi? di quante donne non fanno numero perché si fermano prima e vanno nel privato, dunque nell'aborto clandestino? Quello che lo Stato vuole sanzionare con 10.000 euro. Si sono contate le ore destinate alla contraccezione o questo non c'entra nulla con la legge 194, con l'equilibrio fra domanda e offerta? quale offerta? questa è una legge dello Stato, l'obiezione deve essere una rara eccezione e con solide contropartite.
Su questo e su altro vogliamo richiamare l' attenzione!
Cara Ministra Lorenzin, noi non siamo male-educate alla maternità e quindi non abbiamo bisogno del FERTILITY DAY. Chiediamo che la maternità sia sostenuta in modo serio con servizi adeguati e con leggi strutturali, chiediamo lavoro perché sappiamo che questo aiuta la possibilità di voler essere genitori per cui denunciamo l'ipocrisia di un paese che a parole invoca la maternità e nei fatti si dimentica delle madri e colpevolizza le donne per la denatalità. Sappiamo che il precariato e la mancanza di lavoro e futuro rende molte sterili.
Più consultori, più contraccezione, meno aborti e meno obiettori, più lavoro, più asili nido, più condivisione nella coppia, più autodeterminazione delle donne.
In sostanza vogliamo una società che veda la maternità e la genitorialità come una risorsa e non come un problema, ovviamente nei fatti e non a parole!
Non ci sembra di volere troppo!

 

UDI-UNIONE DONNE in ITALIA



 

 

 

Riforma editoria: il Senato rinvia, i giornali chiudono e il pluralismo muore

RIFORMA SUBITO: è grave il rinvio a settembre del Ddl Editoria. L’Alleanza delle Cooperative Italiane Comunicazione indice una mobilitazione il 12 settembre

inserito da Redazione 

RIFORMA SUBITO: grave il rinvio a settembre del Ddl Editoria. Restano urgenti risposte concrete per il 2015

L’Alleanza delle Cooperative Italiane Comunicazione esprime il proprio disappunto e una forte preoccupazione per il rinvio al 13 settembre del completamento dell’esame del Disegno di legge di riforma dell’editoria solamente iniziato ieri al Senato con l’approvazione del primo articolo del provvedimento.
Si è di fronte, infatti, ad una evidente sottovalutazione della gravità di una situazione dell’editoria, in particolare della piccola editoria di informazione locale che rischia di impoverire la democrazia oltre che continuare ad avere conseguenze negative sulla situazione delle cooperative e delle altre realtà no profit e sui livelli occupazionali del settore.
Una sottovalutazione che risulta tanto più incomprensibile rispetto al dovere Costituzionale dello Stato di garantire e promuovere il pluralismo nel Paese.
Sono oramai molte, intanto, le realtà che, a fronte dell’incertezza del colpevole ritardo da parte dello Stato non solo nell’erogazione ma addirittura nella definizione quantitativa delle risorse relative alle attività svolte nel 2015, non sono riuscite a proseguire la propria attività o che rischiano di doverlo fare.
Una legge che intende tutelare e promuovere il pluralismo rischia così di giungere in porto con una “provocata” desertificazione dell’informazione in molti territori del Paese.
Aver sottovalutato la gravità della situazione, anche di fronte ad atteggiamenti costruttivi e responsabili delle cooperative e delle altre realtà no profit che operano nel comparto, è certamente un fatto grave che non ci saremmo aspettati da autorevoli esponenti delle Istituzioni e dal Senato; tanto più di fronte alla volontà manifesta del Governo di chiedere la massima celerità nella discussione del provvedimento.
Condividiamo la richiesta rivolta ai propri associati e al settore da parte della Fnsi a manifestare il 12 settembre prossimo. Anche Alleanza Cooperative Italiane Comunicazione invita i propri associati a mobilitarsi e a promuovere azioni di sensibilizzazione e informazione verso i parlamentari, verso le istituzioni regionali e locali, affinché più forte e più chiara sia la consapevolezza dell’inderogabile necessità che l’iter della legge possa essere veloce ed avere le necessarie attenzioni di priorità sia al Senato che alla Camera. Si ritiene inoltre indispensabile che l’iter parlamentare della legge di riforma si concluda prima della presentazione della legge di stabilità.
Alleanza Cooperative Italiane Comunicazione richiede, infine, al Governo di intervenire con urgenza, come più volte peraltro annunciato, per risolvere completamente subito il problema non più rinviabile dei contributi all’editoria per il 2015.



 

 

 

Condivisione dei saperi e dei sapori

Con “La Terra e le sue Donne” a Sarzana l’8-9 ottobre Donne in Campo mette in bella mostra la sua ricchezza

Tiziana Bartolini    05611 1

Arriva la terza edizione di “La Terra e le Sue Donne” organizzata da Donne in Campo-Cia Liguria a Sarzana (La Spezia). Sarà la suggestiva Fortezza Firmafede ad ospitarla l’8 e il 9 ottobre 2016. L’evento, molto atteso, è incentrato sul lavoro delle donne in agricoltura, sulla tutela del territorio e la valorizzazione dei prodotti agricoli. Il fulcro della due giorni è l’esposizione e la vendita dei prodotti lavorati nelle aziende gestite da imprenditrici e provenienti da tutta Italia. Accanto ai prodotti della terra sono previste numerose iniziative. Si va da un piccolo mercato di artigianato femminile locale ad una mostra fotografica dedicata al lavoro nei campi delle donne, dalle sedute di yoga al massaggio sonoro. Particolare cura è posta nell’organizzazione dei laboratori didattici per bambini e bambine con: laboratori orto-emotivi, antichi giochi e molte altre piccole attività. Grandi e piccini, insieme, potranno creare il loro “giardino segreto” e scoprire le meraviglie del laboratorio “Zucca in fiore”realizzato anche quest’anno da Simona.
“Le precedenti edizioni hanno incontrato l’attenzione del pubblico e per l’associazione sono state preziose occasioni di far conoscere e apprezzare a tanta gente il nostro mondo e il nostro lavoro. Così abbiamo deciso di accogliere la richiesta, arrivata da più parti, di rinnovare l’appuntamento e la disponibilità dell’amministrazione comunale di Sarzana che ci ha concesso che l’evento diventasse un appuntamento fisso annuale. Barbara Fidanza, presidente regionale Donne in Campo-Cia Liguria è tra le ideatrici e organizzatrici dell’evento e spiega qual è l’evoluzione del progetto. “La novità di questa terza edizione è il convegno, previsto per sabato 8 alle 10,30 che vedrà, oltre ai molti relatori, la presenza del presidente nazionale Cia Dino Scanavino e dell’assessore regionale all’agricoltura Stefano Mai. Quello che ci interessa in quella occasione è il coinvolgimento delle giovani generazioni e la discussione con loro sul futuro dell’agricoltura. Non a caso il titolo del convegno è ‘Donne e Agricoltura oggi: l’innovazione al femminile’. In quella cornice varie aziende si racconteranno e ci sarà l’intervento degli studenti e studentesse dell’Istituto Agrario di Sarzana con cui illustreranno il loro ultimo progetto sulla biodiversità dei semi”.
Il sabato pomeriggio è previsto un incontro sul tema ‘I Fermentati thailandesi’, organizzato a cura di Francesca Boreanaz, dell’azienda agricola ‘Il Filo di Paglia’. La domenica mattina Daniela Vannelli, presidente regionale Donne in Campo e responsabile Slow Food Toscana per l’olio, tiene un laboratorio di approfondimento e degustazione di olio . "Il cibo tra salute e malattia: il ruolo della donna per un nuovo paradigma" è il tema dell’incontro con il dottor Alberto Fiorito, previsto per domenica pomeriggio, in cui si affronteranno i temi del cambiamento delle abitudini alimentari negli ultimi 50 anni evidenziando il rapporto tra cibo, nuovi stili di vita e salute al fine di illustrare la necessità di assumere una piena consapevolezza di come assicurare la salute alle future generazioni.In questo senso l’incontro sarà occasione, anche grazie al dibattito previsto, per prendere coscienza di quanto sia fondamentale il ruolo delle donne come artefici e punti di riferimento per la diffusione di questo messaggio.
“La Fortezza sarà letteralmente inondata dalla creatività femminile che si esprimerà attraverso la aziende agricole, i prodotti artigianali, le associazioni, le artiste fino alle professioniste. Saranno due giorni trascorsi all’insegna del ritrovarci tutte insieme, per conoscerci e farci conoscere, per fare rete ed essere più forti”. Fidanza è entusiasta perché, spiega “Donne in Campo è un’associazione aperta alla partecipazione di tutte e alla larga condivisione dei suoi principi ispiratori”.
Una collaborazione cui Donne in Campo-Cia Liguria tiene molto è quella che si realizza da tempo con l’Associazione Vittoria che si occupa delle donne vittime di violenza e che si rinnova anche con la presenza nella due giorni. Altre realtà no profit porteranno i loro messaggi sociali: dalla ricerca, con Telethon, ai cuccioli in cerca di famiglia di cui si occupa l’Associazione Aronne.



 

 

 

La sharia che vige in Europa

La laicità ‘sospesa’ e l’equivoco del multiculturalismo che ha consentito l’esistenza di tribunali speciali. Uno stato nello stato nemico delle donne e dei diritti costituzionali dell’occidente

Stefania Friggeri

L’imam della moschea milanese di viale Jenner, l’egiziano Abu Imad, intervistato da ‘La Repubblica’ nel 2008, ha detto che il suo compito non si limitava alla predicazione ma prevedeva anche di emettere sentenze su questioni inerenti il diritto familiare; ed ha aggiunto: “L’Italia non è il Regno Unito dove una legge dello Stato ha stabilito tribunali islamici …. che hanno valore di sentenza arbitrale e dunque un riconoscimento di legittimità …. Ma il fatto che in Italia non esista una legge, non elimina il bisogno della nostra comunità di vedere amministrata la legge di Dio, la sharia, innanzitutto per quello che riguarda il diritto di famiglia”. È vero, in tutta Europa, nel chiuso di alcune comunità islamiche, opera una giustizia parallela, uno “stato” entro lo Stato con veri e propri tribunali che applicano le norme di un codice religioso, la sharia. Il numero di queste corti è molto più ampio di quanto registrato poiché è sufficiente che tre uomini si autoproclamino “Consiglio della sharia” e possono esprimere un giudizio vincolante in tema di poligamia, ripudio, stupro, maltrattamenti, matrimoni forzati ecc.. Chi si rivolge a questi tribunali non accetta lo stato di diritto del paese ospitante: il principio di laicità, i valori di libertà ed uguaglianza (a partire dalla condizione femminile), i principi di inviolabilità dei diritti umani (diritti universali che sono alla base della democrazia) non appartengono al mondo di chi si sente “musulmano in Europa”, non “musulmano europeo”. I “Consigli della sharia” in Gran Bretagna hanno avuto, in via informale, il potere di legiferare su questioni familiari e controversie civili fino al 1996 quando una legge li ha riconosciuti come “tribunali d’arbitrato”; ma solo dopo anni l’opinione pubblica ha compreso che legalizzare le sentenze rispettose della sharia, che si ispira all’idea dell’inferiorità femminile, significava farsi complici di una grave ingiustizia verso le donne perché “i giudici della sharia non sono mai imparziali ma sempre orientati a favorire gli uomini. Anche i figli, in caso di affidamento, sono sempre affidati ai padri”(M.Zee). La condizione servile delle donne, inoltre, è aggravata dal controllo della famiglia, del clan, della comunità, ovvero dalla pressione del vicinato nei quartieri trasformati in ghetti, dove ad un alto tasso di omertà si accompagna, comprensibilmente, la stessa complicità delle vittime. Educate a loro volta da madri conniventi, le donne, vivendo in un ambiente culturale arcaico e chiuso, immerso tuttavia in una società secolarizzata ed aperta, soffrono di una tragica mancanza di equilibrio. Infatti, poiché nell’islam ortodossia (quello che si deve credere) ed ortoprassia (quello che si deve fare) coincidono, il musulmano, soprattutto se è donna, è ossessionato dalla liceità di qualsiasi scelta (l’islam disapprova questo? ma tollera quello?) e si rivolge all’imam per risolvere i quesiti (soprattutto in tema di sesso, abbigliamento e cibo) che nascono dal bisogno di vivere il proprio tempo senza però rinunciare alla propria matrice culturale. Chiediamoci in primo luogo come è potuto accadere che in alcune città europee le donne siano soggette a forme più o meno gravi di oppressione; ad esempio: a molte ragazze è vietata l’educazione fisica, vietata anche la bicicletta (potrebbero perdere la verginità), vietate le gite di classe (la sorveglianza è meno stretta), vietato lo sport (richiede un abbigliamento indecente), per tacere delle spose bambine, come Aisha, la preferita di Maometto. Gran parte della responsabilità di questa situazione penalizzante per le donne cade sull’idea male intesa di multiculturalismo della sinistra che, temendo l’accusa di xenofobia, voleva mostrarsi rispettosa della libertà religiosa e delle culture diverse. Il multiculturalismo è un dato da valorizzare, ma non certo mostrando indulgenza verso i matrimoni forzati, descrivendoli come parte di una cultura lontana che va compresa, quando invece sono veri e propri reati, espressione di un patriarcato di cui non dobbiamo farci complici. E invece la sociologa tedesca di origini turche Necla Kelek è rimasta vittima nel suo ambiente di ostracismo ed offese per aver descritto nel libro “La sposa straniera” la violenza di cui sono vittime le ragazze minorenni comprate nei villaggi dell’Anatolia per andare spose in Germania a giovanotti di origine turca. È vero: l’Occidente, ieri colonizzatore, oggi sfrutta, depreda e fa guerre contro i paesi musulmani (direttamente, o per procura, o coi droni per salvare la vita dei propri soldati - i civili indigeni sono danni collaterali, ha detto Obama); e tuttavia, senza dimenticare le colpe dell’imperialismo, dobbiamo essere orgogliosi dei nostri valori di progresso civile, senza colpevolizzarci al punto da abbracciare un concetto di multiculturalismo che tende a subordinare la difesa dei diritti umani, diritti universali, in favore di una comunità religiosa patriarcale e misogina. Infatti una cultura politica comune può essere fondata solo sui principi costituzionali, a partire dalla laicità dello Stato, dal superamento delle comunità religiose ed etniche che, chiudendo gli individui nella prigione di una rigida identità, non permettono la libertà di attraversare i confini, di creare combinazioni inedite. Un esempio positivo ci viene da Berlino dove è stata adottata una soluzione molto rispettosa dell’infanzia, sempre indifesa di fronte alla padronanza degli adulti: nelle scuole l’ora di religione (cattolica, evangelica e, se previsto, musulmana) è facoltativa mentre è obbligatoria l’ora di etica, un insegnamento attraverso il quale i giovani imparano i valori scritti nella Costituzione come l’importanza della separazione tra Stato e religione, il principio di eguaglianza fra i sessi, la libertà individuale ecc… I principi costituzionali, dunque, non la religione e l’etnia siano messi a fondamento in Italia della “casa comune”, che vuol dire: si ottiene la cittadinanza a certe condizioni, più importanti del numero di anni di residenza in un paese: conoscere i valori che hanno ispirato la Costituzione (facile l’obiezione: milioni di italiani perderebbero la cittadinanza se venissero interrogati sulla Costituzione; d’accordo, ma l’importante non è conoscere il testo, ma averlo interiorizzato e dunque rispettarlo come fanno in tanti), parlare la lingua (anche per fare uscire di casa le donne e liberarle dalla “servitù volontaria”), conoscere per sommi capi il diritto di famiglia italiano perché sia chiaro che in Italia certi costumi non sono tollerati. Una soluzione che non solo aiuterebbe le musulmane che sperano di uscire da un cultura misogina, ma permetterebbe anche alle italiane di evitare il rischio di perdere quanto hanno ottenuto dopo tante lotte, e tardi: solo nel 1975 è stata votata la legge di riforma del diritto di famiglia che, uniformando le norme ai principi costituzionali, ha modificato la precedente legge del 1942 fondata sulla subordinazione della moglie al marito. Il cui ascendente è forte anche oggi, vedi: in omaggio alla omofobia della gerarchia ecclesiastica col ddl Cirinnà si è tornati all’idea premoderna di famiglia, alla famiglia “naturale” formata da maschio e femmina, finalizzata alla riproduzione; solo le sentenze dei tribunali, denunciando le parti incostituzionali, ci hanno salvato dalla legge 40 scritta dai fondamentalisti cattolici; l’accanimento contro la 194 sta promuovendo il ritorno all’aborto clandestino. Dobbiamo dunque evitare un atteggiamento tollerante verso costumi arcaici giustificati da argomenti religiosi, e ricordare che i diritti conquistati vanno sempre difesi perché la storia è volubile e il clima sociale variabile.



 

 

 

Storia di Clara Banya e di come si è salvata dall'HIV

Clara ha scoperto nel 2004 di aver contratto il virus HIV e si è potuta curare grazie ai programmi del Fondo Globale contro AIDS, tubercolosi e malaria

 

Silvia Vaccaro

Clara Banya viene dal Malawi, un piccolo stato africano di 16 milioni di abitanti. Il 10,3% di loro è affetto da HIV, uno dei livelli di diffusione della malattia più alti di tutto il continente. Sono proprio le morti per AIDS che determinano un'aspettativa di vita di 54 anni e otto mesi come media nazionale. Tradotto per noi significa che in Malawi si muore quando normalmente in Italia si hanno davanti ancora venticinque/trent'anni di vita. 
Clara di anni ne ha 37 e nel 2004 ha scoperto di aver contratto il virus. "Lavoravo in una clinica per pazienti sieropositivi e malati di AIDS. Ho pensato di fare anche io il test e purtroppo ha confermato le paure che avevo ma che speravo fossero infondate. Ero scioccata e ci ho messo del tempo ad accettarlo. Ho aspettato tre mesi prima di parlarne con mio marito. Temevo molto in una sua reazione negativa perché in Malawi dieci anni fa lo stigma nei confronti delle persone sieropositive, e in particolare delle donne, era ancora molto alto. Invece con mio grande sollievo lui mi ha detto ‘d’accordo, cosa facciamo adesso?’”.
Clara è arrivata in Italia pochi giorni dopo la conferenza stampa di rifinanziamento del fondo globale per l’AIDS, la tubercolosi e la malaria che dal 2002, anno della sua istituzione, ha salvato 17 milioni di vite, che al termine dell’anno in corso saranno diventate ben 22 milioni. La sua storia è la testimonianza concreta che senza le cure fornite dal fondo globale non sarebbero bastate le premure del marito e la sua straordinaria forza interiore a salvarla. 
“Quando mi sono ammalata io, lo stato del Malawi seguiva delle linee guida restrittive per ottenere l’accesso alle cure, e io non ero considerata idonea a riceverle perché non avevo ancora sviluppato la tubercolosi, né la diarrea, né altre infezioni. Nonostante questo apparente stato di buona salute generale, io sentivo di non stare bene, e chiedevo di essere curata. Per farmi accettare ho dovuto fare un esame, in un centro a 400 km da dove vivevo, che attestava che le mie difese immunitarie erano crollate e avevo diritto alle cure. Grazie al fondo globale ho potuto iniziare a prendere le medicine che da sola non avrei potuto pagare". 
Oltre a fornire le cure, il fondo globale si impegna nel miglioramento della consapevolezza e della partecipazione delle popolazioni negli Stati in cui interviene, con programmi dedicati anche alle donne e alla salute materno-infantile, operando con una logica di gender mainstreaming, ovvero applicando la prospettiva di genere in tutti gli interventi programmati, favorendo la scolarizzazione delle donne e la partecipazione della popolazione femminile nei processi decisionali. “Non è una questione solo di prendere le pasticche per curarsi - continua Clara -. Nulla accade senza il nostro coinvolgimento in prima persona. La partecipazione nei processi di cura e di conoscenza della malattia, attraverso le iniziative del fondo globale, ci ha permesso come società civile di fare pressione sul governo perché garantisca la trasparenza e il monitoraggio dei risultati delle cure. In Malawi fattori socio-culturali ci pongono, come donne, ancora a un livello ancora molto basso nella società. E rispetto all’hiv, abbiamo tre volte di più la possibilità di contrarre il virus".
Come accade in molti altri paesi anche in Malawi ci sono politiche e leggi che sulla carta garantiscono la gender equality, ma nella pratica la strada da fare è ancora molta. "Abbiamo fatto dei passi avanti, anche grazie alla ex Presidente Joyce Banda e alle donne ministre che hanno fatto un enorme lavoro. Ci vorranno ancora molto tempo e molta pazienza per raggiungere una piena gender equality, ma ce la faremo. La cosa più importante è che le donne accedano all’educazione, perché ancora troppe ragazze non studiano". L'educazione come chiave dello sviluppo umano e come protezione da malattie è ancora una volta la strada da percorrere insieme alla necessità di garantire i finanziamenti al fondo globale per il prossimo triennio. 


I dati del Fondo Globale 
Dal 2002, anno della sua istituzione, il fondo ha salvato 17 milioni di vite, che al termine dell’anno in corso saranno diventate ben 22 milioni. I finanziamenti sono serviti per somministrare a oltre 8,6 milioni di persone terapie antiretrovirali, fornire cure a oltre 15 milioni di malati di tubercolosi e dotare singoli e famiglie di 600 milioni di zanzariere impregnate di insetticida per combattere la malaria. La prossima Conferenza di rifinanziamento, che si terrà a settembre in Canada, sarà dunque decisiva per stabilizzare questi risultati o al contrario, se i fondi dovessero risultare insufficienti, per disperdere questo straordinario capitale di salute globale costruito in meno di vent’anni. Per il nuovo triennio 2017-2019 servono 134,5 milioni di dollari per combattere le tre epidemie, il 12% in più delle risorse rispetto al triennio precedente. Se i fondi infatti rimanessero invariati, le tre epidemie potrebbero tornare a diffondersi fuori controllo.
Della dotazione complessiva del fondo (oltre 29 miliardi fino al 2015 di cui il 95% di fondi pubblici) il 53% è stato utilizzato per la lotta all’AIDS, il 28% contro la malaria e il 16% contro la tubercolosi. Gli interventi, che per il 63% finiscono nell’Africa sub-sahariana, per il 26% in Asia e per il 6,5% in America Latina, con le quote residue distribuite negli altri continenti, servono a permettere l’accesso alle cure ma anche a creare sistemi sanitari sostenibili e resilienti, oltre che a rafforzare i servizi per le comunità. Un dato molto importante è quello relativo ai paesi in transizione, che stanno passando da un PIL basso a un PIL medio e quindi non godono più della quantità di fondi di cui disponevano negli anni precedenti ma hanno ancora grandi necessità in termini di sostegno al sistema sanitario. In questi casi, ad esempio in Romania, Georgia e Yemen, il fondo ha lanciato dei nuovi bandi per sovvenzionare la società civile affinché porti avanti azioni di advocacy e di pressione sui governi locali. 

Il ruolo dell’Italia
Non è un caso che proprio a Roma nel 2005 si sia svolta la prima riunione dei donatori per ricostruire le risorse del Fondo Globale. Infatti dall’anno di istituzione del fondo, il 2002, al 2008 l’Italia è stata uno dei principali paesi donatori, con donazioni di oltre 790 milioni di euro, terza dopo Stati Uniti e Francia. Nel periodo compreso tra il 2009 e il 2013, anni di crisi economica e istituzionale molto forte, la tendenza è però mutata completamente e l’Italia non ha più mantenuto gli impegni né ha annunciato il proprio contributo durante la terza conferenza di rifinanziamento. Nel 2013 è stata nuovamente invertita la rotta e il Governo ha stanziato 100 milioni di euro per il triennio 2014-2016. Posto che la salute nel documento di Programmazione Triennale della Cooperazione italiana 2015-2017 è considerato uno dei settori prioritari per la promozione dello sviluppo, i promotori del fondo globale spiegano che per l’Italia investire sul Fondo è un ottimo modo per finanziare le aree geografiche e tematiche prioritarie per la cooperazione italiana. Il Presidente del Consiglio, che aveva annunciato di voler diventare il quarto paese tra quelli del G7 per milioni di euro donati, ha annunciato una donazione al Fondo Globale per il prossimo triennio di 130 milioni di euro.

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Malattie e suicidi, così muoiono i giovanissimi: in

4mila hanno detto addio

Il Bambino Gesù lancia un day hospital dedicato e un call center neuropsichiatrico"Il suicidio è la seconda causa di morte tra i ragazzi sotto i 20 anni. In Italia 

stuproviolenzadonne

 "Il suicidio è la seconda causa di morte tra i ragazzi sotto i 20 anni. In Italia sono 4000 i decessi legati a questo gesto estremo, il 12% dei quali tra giovani e giovanissimi”.

A certificare i dati che lasciano senza parole è l'ospedale Bambino Gesù che, in occasione della Giornata Mondiale per la prevenzione dei suicidi del 10 settembre, gli esperti del Bambino Gesù ribadiscono il proprio impegno su questo fronte e invitano i genitori a monitorare i segnali di disagio dei figli, primi fra tutti i cambiamenti repentini dell’umore, del comportamento, della socialità.
Per prevenire il rischio, all’Ospedale Pediatrico della Santa Sede è attivo un servizio di day hospital dedicato e un call center neuropsichiatrico 24 ore su 24. Nel reparto di Neuropsichiatria Infantile ogni anno vengono seguiti circa 50 ragazzi che hanno tentato di porre fine alla propria vita". Così una nota dell'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù.

“Drastici e improvvisi mutamenti nel modo di comportarsi degli adolescenti non vanno sottovalutati - spiega Stefano Vicari, responsabile di Neuropsichiatria Infantile del Bambino Gesù - Bambini sempre molto allegri e sereni che improvvisamente diventano chiusi, cupi, che non vogliono più uscire di casa e relazionarsi con gli altri; giovani che mettono in atto comportamenti autolesivi come tagliarsi o ferirsi, che perdono interesse per attività - come lo sport - prima ritenute entusiasmanti; studenti brillanti che hanno un drastico calo del rendimento scolastico; estrema irritabilità, reazioni esagerate a una delusione o a un insuccesso, sono tutti segnali di disagio che i genitori devono cogliere. In situazioni del genere - sottolinea Vicari - il consiglio è di rivolgersi a strutture sanitarie adeguatamente attrezzate per la gestione di questi casi".
"Per ricevere aiuto immediato in caso di difficoltà, presso il reparto di Neuropsichiatria Infantile del Bambino Gesù è attivo, 24 ore su 24, il call center 06 6859 2265 - si legge nella nota - Ogni giorno della settimana, per tutto l’anno, un team di psicologi esperti è pronto a dare una prima risposta ai problemi di natura psicologica e psichiatrica di bambini e ragazzi. Si tratta di vere e proprie consulenze cliniche telefoniche, interventi psicologici basati sull’ascolto competente del problema e sulla gestione della situazione attraverso strumenti e tecniche scientificamente validate. Dopo aver preso tutte le informazioni, lo psicologo che raccoglie la telefonata, a seconda della gravità del caso, valuta la soluzione più adatta. Nei casi più urgenti può disporre l’invio al pronto soccorso del bambino o del ragazzo in preda a una crisi o in condizioni di particolare sofferenza psichica".
"Dal 2012 è attivo un servizio di day hospital dedicato ai disturbi dell’umore in età adolescenziale, in particolare depressione e disturbo bipolare, problemi cui è legato il più alto tasso di tentativi di suicidio - si legge nella nota - Al Bambino Gesù viene seguito anche un apposito protocollo per la prevenzione del rischio di suicidio tra i giovani pazienti ricoverati".
«E' fondamentale - conclude Vicari - curare adeguatamente chi ha già tentato il suicidio perché resta a rischio di ripetere il gesto nel futuro. Fortunatamente possiamo raccontare storie molto positive di ragazzi seguiti nel nostro Ospedale che oggi stanno bene, che svolgono una vita normale e si rendono conto dell’assurdità del tentativo compiuto».
"L’Unità di Neuropsichiatria Infantile del Bambino Gesù è un punto di riferimento nazionale per la diagnosi e il trattamento dei disturbi dello sviluppo e dei disturbi psichiatrici in età infantile e adolescenziale che colpiscono circa il 15-20% della popolazione pediatrica (dato OMS). Il reparto rappresenta un centro di eccellenza in particolar modo per la diagnosi e la cura dell’autismo, dei disturbi dello sviluppo, dei disturbi del comportamento alimentare (anoressia, bulimia), dei disturbi dell'umore e degli esordi psicotici. Ogni anno vengono visitati circa 6000 pazienti con problemi di varia natura provenienti da tutta Italia".

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Ecco il primo furbetto. Ma è solo l’inizio. I prossimi saranno ancor più clamorosi. Caccia aperta -14 #profugopoli

 

Mario Giordano su Sanguisughe

 

L’identi-tweet è di ieri mattina. «2 settimane all’ uscita… Si parlerà anche di un uomo in Ferrari che grazie ai profughi incassa 24mila euro al giorno chi sarà?», scrive Mario Giordano, accompagnando il tutto con l’hashtag #profugopoli, ossia il titolo del libro, di prossima uscita per Mondadori, che il direttore del Tg4 ha dedicato al business dell’immigrazione.
Ma chi è «l’ uomo in Ferrari» che si occupa di sociale con tanto profitto? È da qui che comincia il gioco, la sfida, la caccia al tesoro, provando a seguire gli indizi in attesa di leggere le tante storie di business sulla pelle degli immigrati raccolte e raccontate da Mario Giordano. La cifra, 24mila euro al giorno, è la stessa incassata dai centri di accoglienza in provincia di Palermo. Ma non li gestisce un solo imprenditore, tantomeno appassionato di auto sportive.
Stessa cosa a Trieste: coincide la cifra, ma non c’è nessuno che gira in Ferrari. Proprio seguendo la Rossa, invece, spunta una pista possibile. Che porta a un imprenditore sannita, Paolo Di Donato, 46 anni appena compiuti, molti spesi nel mondo della cooperazione sociale nel Beneventano. A lui l’identikit di Giordano sembra calzare quasi alla perfezione.

Proprio Di Donato, in effetti, appare immortalato accanto a una Ferrari rosso fiammante in un articolo dedicato a una struttura di accoglienza profughi di Benevento sul sito «redattoresociale», dove si parla anche del giro d’affari del consorzio da lui fondato, Maleventum, del quale l’uomo è stato prima amministratore unico e poi procuratore speciale. Redattoresociale aveva denunciato carenze nel livello dell’accoglienza dei richiedenti asilo della struttura da parte di Maleventum, che gestirebbe «circa 1000 richiedenti asilo» in tutto il Beventano, con «introiti intorno ai 30mila euro al giorno». Replicando alle accuse sullo stesso sito web redattoresociale.it, Maleventum a novembre dichiarava di ospitare «740 migranti in 12 strutture», ricordava di aver vinto due appalti (tra cui quello al centro dell’articolo del sito) al ribasso («28 euro al giorno per migrante, contro i 35 euro a base d’asta», ossia «il prezzo più basso d’Italia», quasi uno slogan) e sottolineava che Di Donato era «dirigente» e non «presidente» del consorzio, ruolo ricoperto invece da Elio Ouchtati che firmava la replica. Di Ouchtati, sul web, non c’è nulla. Del «dirigente aziendale» Di Donato invece sì, e così pure del consorzio Maleventum, che negli ultimi anni di emergenza immigrazione sembra prosperare. Dovrebbe avere un giro d’affari di almeno 8 milioni l’anno nonostante le gare vinte al ribasso, forte dei suoi mille posti letto spalmati in 15 strutture. Di Donato, come detto, è molto attivo anche sul web.
Posta foto a tutto spiano, e a giudicare da quelle si direbbe che non se la passa male nemmeno lui.
C’è la Ferrari, una Porsche, un «selfie» alla guida di un motoscafo, un’altra simile con i Faraglioni alle spalle, due scatti in compagnia «dei ministri della Salute, Livia Turco, e della Giustizia, Clemente Mastella». Gli ultimi due sono sul suo sito, dove si definisce «ideatore, creatore e gestore» del consorzio Maleventum.
Mentre su Facebook Di Donato non fa mancare scintille con gli amministratori locali che non gradiscono la presenza dei profughi sul loro territorio (e di conseguenza il suo business).
A maggio scorso il sindaco di un piccolo comune sannita, Castelvenere, non essendo stato informato dell’arrivo di alcuni rifugiati aveva chiesto di gestire direttamente i fondi per l’accoglienza, minacciando di consegnare al prefetto la sua fascia tricolore. Di Donato ha replicato, caustico: «Cari Sindaci, ma il problema sono i profughi che passeggiano nei vostri comuni o i soldi che mi dà il Governo devono essere per Voi e per le Vostre cooperative?». L’unica cosa certa è che chi guadagna con i migranti non ha i conti in rosso.
Semmai la Ferrari.

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Ecco il primo furbetto. Ma è solo l’inizio. I prossimi saranno ancor più clamorosi. Caccia aperta -14 #profugopoli

 

Mario Giordano su Sanguisughe

 

L’identi-tweet è di ieri mattina. «2 settimane all’ uscita… Si parlerà anche di un uomo in Ferrari che grazie ai profughi incassa 24mila euro al giorno chi sarà?», scrive Mario Giordano, accompagnando il tutto con l’hashtag #profugopoli, ossia il titolo del libro, di prossima uscita per Mondadori, che il direttore del Tg4 ha dedicato al business dell’immigrazione.
Ma chi è «l’ uomo in Ferrari» che si occupa di sociale con tanto profitto? È da qui che comincia il gioco, la sfida, la caccia al tesoro, provando a seguire gli indizi in attesa di leggere le tante storie di business sulla pelle degli immigrati raccolte e raccontate da Mario Giordano. La cifra, 24mila euro al giorno, è la stessa incassata dai centri di accoglienza in provincia di Palermo. Ma non li gestisce un solo imprenditore, tantomeno appassionato di auto sportive.
Stessa cosa a Trieste: coincide la cifra, ma non c’è nessuno che gira in Ferrari. Proprio seguendo la Rossa, invece, spunta una pista possibile. Che porta a un imprenditore sannita, Paolo Di Donato, 46 anni appena compiuti, molti spesi nel mondo della cooperazione sociale nel Beneventano. A lui l’identikit di Giordano sembra calzare quasi alla perfezione.

Proprio Di Donato, in effetti, appare immortalato accanto a una Ferrari rosso fiammante in un articolo dedicato a una struttura di accoglienza profughi di Benevento sul sito «redattoresociale», dove si parla anche del giro d’affari del consorzio da lui fondato, Maleventum, del quale l’uomo è stato prima amministratore unico e poi procuratore speciale. Redattoresociale aveva denunciato carenze nel livello dell’accoglienza dei richiedenti asilo della struttura da parte di Maleventum, che gestirebbe «circa 1000 richiedenti asilo» in tutto il Beventano, con «introiti intorno ai 30mila euro al giorno». Replicando alle accuse sullo stesso sito web redattoresociale.it, Maleventum a novembre dichiarava di ospitare «740 migranti in 12 strutture», ricordava di aver vinto due appalti (tra cui quello al centro dell’articolo del sito) al ribasso («28 euro al giorno per migrante, contro i 35 euro a base d’asta», ossia «il prezzo più basso d’Italia», quasi uno slogan) e sottolineava che Di Donato era «dirigente» e non «presidente» del consorzio, ruolo ricoperto invece da Elio Ouchtati che firmava la replica. Di Ouchtati, sul web, non c’è nulla. Del «dirigente aziendale» Di Donato invece sì, e così pure del consorzio Maleventum, che negli ultimi anni di emergenza immigrazione sembra prosperare. Dovrebbe avere un giro d’affari di almeno 8 milioni l’anno nonostante le gare vinte al ribasso, forte dei suoi mille posti letto spalmati in 15 strutture. Di Donato, come detto, è molto attivo anche sul web.
Posta foto a tutto spiano, e a giudicare da quelle si direbbe che non se la passa male nemmeno lui.
C’è la Ferrari, una Porsche, un «selfie» alla guida di un motoscafo, un’altra simile con i Faraglioni alle spalle, due scatti in compagnia «dei ministri della Salute, Livia Turco, e della Giustizia, Clemente Mastella». Gli ultimi due sono sul suo sito, dove si definisce «ideatore, creatore e gestore» del consorzio Maleventum.
Mentre su Facebook Di Donato non fa mancare scintille con gli amministratori locali che non gradiscono la presenza dei profughi sul loro territorio (e di conseguenza il suo business).
A maggio scorso il sindaco di un piccolo comune sannita, Castelvenere, non essendo stato informato dell’arrivo di alcuni rifugiati aveva chiesto di gestire direttamente i fondi per l’accoglienza, minacciando di consegnare al prefetto la sua fascia tricolore. Di Donato ha replicato, caustico: «Cari Sindaci, ma il problema sono i profughi che passeggiano nei vostri comuni o i soldi che mi dà il Governo devono essere per Voi e per le Vostre cooperative?». L’unica cosa certa è che chi guadagna con i migranti non ha i conti in rosso.
Semmai la Ferrari.

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CASA INTERNAZIONALE DELLE DONNE : rassegna cinematografica dal 12 settembre al 31 ottobre

 

Riceviamo e pubblichiamo il programma cinematografico di settembre e ottobre 2016 della rassegna cinematografica .

Associazione Trastevere Rione XIII

 

 

1473015604 Iosonomia Sito Cidd Bis

 

CASA INTERNAZIONALE DELLE DONNE

Via della Lungara 19  -  Roma   Trastevere

 

La Casa Internazionale delle Donne

in preparazione della Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne promuove, con una Rassegna Cinematografica, la campagna

IO SONO MIA

Il coraggio delle scelte delle donne

 

12 Settembre -31 Ottobre 

 

 Il corpo delle donne strumentalizzato e abusato, continua ad essere terreno di conquista economica, politica, sociale e mediatica. Mentre politica e istituzioni sbandierano ambiguamente slogan a difesa delle donne, si rende di fatto inapplicabile la legge sull’aborto, si chiudono i consultori e si tagliano i fondi ai centri antiviolenza, si precarizzano le vite delle donne.


In preparazione della Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne del 25 novembre, le donne della Casa, promuovono il progetto IO SONO MIA partendo da uno slogan sempre attuale, che continua ad avere una forza dirompente, scomodo, emblematico, espresso per la prima volta cinquant’anni fa da una donna violentata e fatto proprio dal movimento femminista.

 

Partendo da questo slogan, si vuole restituire forza, energia, coraggio, consapevolezza, a tante e a tutte, continuando ad essere promotrici di una rivoluzione culturale contro il maschilismo, il patriarcato, il sessismo, le discriminazioni, le diseguaglianze, il pregiudizio, la morale. Il Progetto IO SONO MIA, inizierà a settembre e tratterà della condizione femminile e della discriminazione della donna nei diversi ambiti quali ad esempio la politica, il lavoro, lo sport, la musica, la fotografia, l’arte, la comicità, il teatro, l’architettura, la scienza, la letteratura, la pubblicità.

 

Il progetto si svilupperà attraverso sia delle serate evento, che vedranno la partecipazione delle donne che aderiranno all’iniziativa con la loro storia personale, con il loro contributo artistico, storico, politico, e sia attraverso una rassegna cinematografica dedicata e mirata a questi temi.

 

Ogni incontro avrà una moderatrice ed a supporto e corredo delle testimonianze, ogni ospite potrà dare il proprio contributo attraverso materiali audio video, letture e performance.

Gli incontri si svolgeranno alla Casa Internazionale delle Donne, in Roma, Via San Francesco Di Sales 1A, nel cortile seicentesco e nelle sale interne. 
 

Io sono mia perché sono libera
Io sono mia perché io decido per me e sul mio corpo
Io sono mia perché se non lo dico non sono ascoltata
Io sono mia grazie alle donne prima di me
Io sono mia perché voglio amare e non essere amata da morire


Tutto questo lo vogliamo dire e ce lo vogliamo sentir dire, perché la minaccia sui nostri corpi c’è, forte, imminente, violenta e riguarda tutte noi donne.

 

 

12 Settembre ore 20.30

 

Prende il via la Rassegna Cinematografica IO SONO MIA con il film:
SUFFRAGETTE

Suffragette 

 

 

 

Entrata: Via San Francesco di Sales 1a

Organizza: Forma liquida, El Mirabras, La stanza di Eva Onlus

Luogo: Cortile

REGIA: Sarah Gavron


Cast: Carey Mulligan, Helena Bonham Carter, Ben Whishaw, 
Meryl Streep
Genere: Drammatico
Distribuzione: BIM
Paese: Gran Bretagna
Durata: 106 Min

SINOSSI Suffragette ripercorre la storia delle militanti del primissimo movimento femminista, donne costrette ad agire clandestinamente per condurre un pericoloso gioco del gatto con il topo con uno Stato sempre più brutale. In lotta per il riconoscimento del diritto di voto, sono donne che appartengono alle classi colte e benestanti e tra loro alcune lavorano, ma sono tutte costrette a constatare che la protesta pacifica non porta ad alcun risultato. Radicalizzando i loro metodi e facendo ricorso alla violenza come unica via verso il cambiamento, queste donne sono disposte a perdere tutto nella loro battaglia per l'eguaglianza: il lavoro, la famiglia, i figli e la vita.

 

 

 

 

mercoledì 14 settembre ore 20:30
Alla ricerca di Vivian Maier
Un film di John Maloof, Charlie Siskel

 

Con John Maloof, Mary Ellen Mark, Phil Donahue,Vivian Maier Titolo originale Finding Vivian Maier. 
Documentario, durata 84 min. USA 2013. Wanted

 

Ore 20:30

Entrata: Via San Francesco di Sales 1a

Organizza: casa internazionale delle donne, Forma liquida, El Mirabras, La stanza di Eva Onlus

Luogo: Cortile

Regia: John Maloof, Charlie Siskel


Con: Vivian Maier, John Maloof, Daniel Arnaud
Anno: 2013
Durata: 83 minuti
Lingua: Inglese (sottotitolato Italiano)
Paese: Usa
TRAILER
 

Sinossi Vivian Maier è misteriosa come tutte le persone comuni la cui vita non sembra destinata a finire in alcuna pagina di storia. Si sa che nasce a New York nel 1926, che nella giovinezza si divide tra la Francia e gli Stati Uniti, che il padre era andato via di casa nel 1939 e che lei, dopo aver lavorato in una fabbrica di New York, si trasferisce a Chicago e qui, per circa quarant’anni, vive facendo la babysitter. La gente la ricorda riservata, mentre andava a spasso per le strade della città con la sua Rolleiflex 6×6, facendo foto che non mostrava a nessuno. Parlando con alcune persone che l’hanno conosciuta, il giovane regista John Maloof ricostruisce il ritratto di una femminista, socialista, grande appassionata di cinema e soprattutto autodidatta.

 

Tra i fotografi più sorprendenti del XX secolo, Vivian Maier occupa un posto d’onore, faticosamente conquistato dopo anni di anonimato, e grazie a una progressiva scoperta, lenta e entusiasmante, del suo inedito patrimonio iconografico.

 

Volti, ombre e riflessi, scattati dalla fotografa lungo le strade dell’American Lifestyle, svelati da più di centomila negativi, finiti all’asta. Maloof li ha acquistati per quattrocento dollari.

Un grande scoperta condivisa attraverso un blog e i profili social dedicati, e mostre che arriveranno anche in Italia.

 

 

lunedì 19 settembre ore 20:30
Via Castellana Bandiera

Un film di Emma Dante 

 

Con Emma Dante, Alba Rohrwacher, Elena Cotta,

Renato Malfatti, Dario Casarolo.

Drammatico, durata 94 min. - Italia, Svizzera 2013.

Cinecittà Luce 

Entrata: Via San Francesco di Sales 1a

Organizza: casa internazionale delle donne, Forma liquida, El Mirabras, La stanza di Eva Onlus

Luogo: Cortile

Regia: Emma Dante
 

Con Alba Rohrwacher, Carmine Maringola, Daniela Macaluso,

Dario Casarolo, Elena Cotta, Emma Dante.
Anno: 2013
Nazione: Italia / Svizzera / Francia
Distribuzione: Cinecittà Luce
Durata: 90 min

SINOSSI La storia di "Via Castellana Bandiera" è ambientata a Palermo, per buona parte nel budello di strada della zona Fuera che dà il titolo al film. Protagonista è un duello al femminile, definito forte e silenzioso, testardo e insolente, in una Sicilia fuori dal tempo, come nel Far West o in una tragedia.

 

A dargli vita sono Rosa (Emma Dante), siciliana che vive a Milano, arrivata nel capoluogo siciliano con la compagna Clara (Alba Rohrwacher) e Samira (Elena Cotta) albanese in Sicilia da anni, che trovandosi, in una calda domenica pomeriggio, con le loro auto in direzioni opposte, su una strada stretta, l'una di fronte all'altra, non
accennano a voler cedere il passo. Uno scontro che attira l'attenzione degli abitanti del quartiere, pronti a scommettere su chi cederà per prima. Il film è tratto dall'omonimo romanzo di Emma Dante.

 

 

 

mercoledì 21 settembre ore 20:30

Persepolis
Un film di Marjane Satrapi, Vincent Paronnaud. 

 

Con le voci di Licia Maglietta, Paola Cortellesi, 
Sergio Castellitto.
Tratto dal fumetto di Mariane Satrapi. 

Animazione, Kids+13, durata 95 min. 

Entrata: Via San Francesco di Sales 1a

Organizza: casa internazionale delle donne, Forma liquida, El Mirabras, La stanza di Eva Onlus

Luogo: Cortile

Regia: Marjane Satrapi, Vincent Paronnaud

 

Con le voci di Licia Maglietta, Paola Cortellesi, Sergio Castellitto.
Tratto dal fumetto di Mariane Satrapi.
Anno: 2007
Nazione: Francia
Distribuzione: BIM
Durata: 95 min
Genere: animazione

Trailer

SINOSSI Teheran, 1978: Marjane, otto anni, sogna di essere un profeta che salverà il mondo. Educata da genitori molto moderni e particolarmente legata a sua nonna, segue con trepidazione gli avvenimenti che porteranno alla Rivoluzione e provocheranno la caduta dello Scià. Con 'instaurazione della Repubblica islamica inizia il periodo dei pasdaran che controllano i comportamenti e i costumi dei cittadini. Marjane, che deve portare il velo, diventa rivoluzionaria. La guerra contro l'Iraq provoca bombardamenti, privazioni e la sparizione di parenti. La repressione interna diventa ogni giorno più dura e i genitori di Marjane decidono di mandarla a studiare in Austria per proteggerla. A Vienna, Marjane vive a 14 anni la sua seconda rivoluzione l'adolescenza, la libertà, l'more ma anche l'esilio, la solitudine, la diversità.

 

 

 

lunedì 26 settembre ore 20:30

Carol
Un film di Todd Haynes

 

Con Cate Blanchett, Rooney Mara, Kyle Chandler,

Jake Lacy, Sarah Paulson. 
Drammatico, Kids+13, durata 118 min.

Gran Bretagna, USA 2015. Lucky Red

Entrata: Via San Francesco di Sales 1a

Organizza: casa internazionale delle donne, Forma liquida, El Mirabras, La stanza di Eva Onlus

Luogo: Cortile

Un film di Todd Haynes.

 

Con Cate Blanchett, Rooney Mara, Kyle Chandler, 
Jake Lacy, Sarah Paulson. 
Drammatico, +13, durata 118 min.

Gran Bretagna/USA, 2015. Lucky Red



Sinossi: New York, 1952. Carol è una donna elegante, sofisticata, ricca e sposata. Therese, invece, si è appena affacciata al mondo, sicura di chi vuole essere. Un incontro casuale in un grande magazzino di Manhattan fa nascere una straordinaria amicizia tra le due donne. Alle prese con un divorzio complicato e una dura battaglia per la custodia della figlia, Carol rimane come ipnotizzata da Therese e dalla sua misteriosa bellezza e, trovandosi sola il giorno di Natale, la invita a fuggire con lei in un viaggio nel cuore dell'America. Durante la magica avventura, le due finiranno irrimediabilmente per innamorarsi e, in nome dell'amore, Carol è pronta a rischiare ogni cosa, sfidando le convenzioni della società.

 

 

 

mercoledì 28 settembre ore 20:30
Vergine giurata
Un film di Laura Bispuri

 

Con Alba Rohrwacher, Flonja Kodheli, Lars Eidinger, 
Luan Jaha, Bruno Shllaku.

Drammatico, Kids+16, durata 90 min.

Italia, Albania, Svizzera, Albania, Germania, Kosovo 2015.  Cinecittà Luce

Entrata: Via San Francesco di Sales 1a

Organizza: casa internazionale delle donne, Forma liquida, El Mirabras, La stanza di Eva Onlus

Luogo: Cortile

regia: Laura Bispuri



cast: Alba Rohrwacher, Flonja Kodheli, Lars Eidinger
anno: 2015
durata: 90’
distribuzione: Istituto Luce

Sinossi: Hana Doda, per fuggire al destino di moglie e serva imposto alle donne nelle dure montagne dell'Albania, segue la guida dello zio e si appella alla legge arcaica del Kanun. Una legge che consente alle donne che giurano la loro verginità di imbracciare il fucile e di vivere e agire liberamente come un uomo. Per tutti Hana diviene Mark, Mark Doda. Ma qualcosa di vivo pulsa e si agita sotto le nuove vesti. Quella scelta diviene la sua prigione. Quel luogo immenso improvvisamente le sta stretto. E’ così che Mark decide di intraprendere un viaggio a lungo rimandato. Lascia la sua terra, arriva in Italia e qui percorre un cammino che è un continuo e sottile attraversamento di due mondi diversi e lontani: Albania e Italia, passato e presente, maschile e femminile. Durante questo percorso Mark decide di riappropriarsi faticosamente del suo corpo. Sperimenta la vertigine del contatto con gli altri, ritrova persone care e amate che la vita gli aveva sottratto e si apre a una possibilità inattesa e proibita d'amore. Mark riscopre Hana e finalmente ricompone le due anime che da anni popolano il suo corpo. Rinasce al mondo come creatura nuova, libera e completa.

 

 

 

 

lunedì 3 ottobre ore 20:30

Mustang
Un film di Deniz Gamze Ergüven

 

Con Ayberk Pekcan, Aynur Komecoglu, Bahar Kerimoglu,

Burak Yigit, Doga Zeynep Doguslu, Elit Iscan. 
Drammatico, durata 97 min. Turchia 2015

Entrata: Via San Francesco di Sales 1a

Organizza: casa internazionale delle donne, Forma liquida, El Mirabras, La stanza di Eva Onlus

Luogo: Centro congressi

regia Deniz Gamze Ergüven


cast: Gunes Sensoy, Doga Zeynep Doguslu, Erol Afsin,

Ilayda Akdogan
anno: 2015
durata: 97’
distribuzione: LUCKY RED

Sinossi: In un villaggio costiero turco la giovane Lale e le sue sorelle maggiori Nur, Ece, Selma e Sonay festeggiano la fine dell'anno scolastico anche se la ragazza è dispiaciuta perché l'insegnante che lei maggiormente apprezza l'anno successivo eserciterà la sua professione ad Istanbul. Le sorelle si recano in spiaggia con un gruppo di studenti maschi e lì giocano, completamente vestite, a combattere in acqua a cavalcioni sulle spalle dei maschi. La notizia dello "scandalo" viene immediatamente comunicata alla loro nonna che le punisce ma la punizione più dura arriverà dallo zio (i genitori sono morti) il quale decide di recluderle in casa affinché non diano più scandalo. Per sistemare ancor meglio le cose si dà il via alla ricerca di possibili pretendenti per matrimoni combinati che restituiscano alla famiglia l'onorabilità.

Presentato con successo alla Quinzaine des Réalisateurs al Festival di Cannes 2015 e vincitore del premio Label Europa Cinemas, Mustang appartiene alla categoria delle opere prime che lasciano ben sperare per il futuro di chi le ha realizzate e quindi del cinema. Deniz Gamze Ergüven si dimostra regista capace di fornire verità ed intensità alla storia che porta sullo
schermo pur essendo consapevole di un modello che l'ha preceduta 16 anni fa, quel Il giardino delle vergini suicide anch'esso opera prima di Sofia Coppola. L'originalità di scrittura e di tecnica di ripresa la rende però indenne da qualsiasi dubbio di vicinanza a quel soggetto.

Perché qui il punto di vista che viene assunto sin dalla prima inquadratura è quello di Lale, lapiù piccola, la quale vede nelle sorelle e in ciò che debbono subire il suo futuro in anticipo e decide di non volervi sottostare. In questo nucleo familiare decentrato (Istanbul resta la meta lontana che si vorrebbe raggiungere) si trova rappresentata la società turca più arretrata che trova nella nonna e nello zio i suoi più emblematici esponenti. Se lo zio-padrone è dispotico ed arrogante, degno prodotto di una cultura maschilista che affonda le proprie radici in un passato ancestrale, la nonna ne subisce le reprimende e si trova ad agire su entrambi i fronti: quello della repressione così come quello del sostegno più o meno indiretto.

Le ragazze, la cui differente psicologia è descritta con grande sensibilità, fanno parte (o vorrebbero farne parte) di quel futuro che nella grande città è già presente ma dinanzi al quale altrove si ergono i muri delle nozze combinate e della pretesa della verginità femminile.

Uno dei maggiori pregi del film è costituito dal mancato rifugio nel manicheismo. La regista e la co-sceneggiatrice Alice Winocour non denunciano a priori l'altro sesso perché trovano nel giovane che aiuta Lale la speranza di un diverso futuro per il rapporto tra maschi e femmine.

Con in più un'importante annotazione: quell'abbraccio iniziale di Lale all'insegnante che sta per lasciarla ci ricorda quanta importanza possa avere il ruolo di un docente nella formazione di un carattere. In qualsiasi società, non solo in quella turca.

 

 

 

 

lunedì 10 ottobre ore 20:30

Per amor vostro
Un film di Giuseppe M. Gaudino.

 

Con Valeria Golino, Massimiliano Gallo, Adriano Giannini,
Elisabetta Mirra, Edoardo Crò.

Drammatico, durata 110 min. Italia 2015. Officine Ubu

Entrata: Via San Francesco di Sales 1a

Organizza: casa internazionale delle donne, Forma liquida, El Mirabras, La stanza di Eva Onlus

Luogo: Centro congressi

Regia di Giuseppe M. Gaudino



Con Valeria Golino, Massimiliano Gallo, Adriano Giannini
Italia 2015
Durata: 110’
Distribuzione: Officine Ubu

SINOSSI Anna, madre di tre figli, vive da quarant'anni nel suo angolo d'inferno. E' stata una bambina spavalda e sfortunata, è oggi una donna generosa e fin troppo tollerante. Prigioniera dei doveri, della famiglia. Confortata da "anime poverelle" del sottosuolo, in realtà circondata da molti demoni, reali e immaginari. E da un cielo, che quando si affaccia a scrutarlo diventa, al suo sguardo, sempre più nero.

 

Questo non è un film con una storia, ma su un sentimento. Per me è un film sull'ignavia - afferma il regista - Penso a tutti quelli che sono gregari, a quelli che sono abituati a spegnere la parte più coraggiosa di sé, che galleggiano. Il film parla di una donna che risale a fatica dentro la sua capacità di vedere le cose. Ma Anna troverà il suo riscatto, diciamo così, quasi miracoloso.

 

 

 

 

 

 

lunedì 17 ottobre ore 20:30

Roma ore 11

Un film di Giuseppe De Santis

 

Con Maria Grazia Francia, Delia Scala,

Massimo Girotti, Raf Vallone.
Drammatico, b/n durata 105 min. Italia 1952. TITANUS


Entrata: Via San Francesco di Sales 1a

Organizza: casa internazionale delle donne, Forma liquida, El Mirabras, La stanza di Eva Onlus

Luogo: Centro congressi

Regia: Giuseppe De Santis



Cast: Carla Del Poggio, Delia Scala, Elena Varzi, Lea Padovani, 
Lucia Bosé, Maria Grazia
Stato: Francia
Anno: 1952
Durata: 105’
Distribuzione: Titanus Spa

 

Sinossi: Richiamate dall'offerta di un posto di lavoro come dattilografa letta su un annuncio economico, alcune centinaia di ragazze accorrono da tutti i punti di Roma alla sede della ditta in cerca di personale. L'attesa dura diverse ore e le ragazze si affollano sulla scala. Ad un certo punto una delle ragazze tenta di passare avanti alle altre con uno stratagemma. Questo provoca nel gruppo una violenta agitazione e la scala, non resistendo all'insolita pressione, crolla trascinando con sé le ragazze. Molte riportano contusioni, alcune sono ferite leggermente, altre gravemente, mentre una, malgrado il pronto intervento chirurgico, muore.

Lo sfortunato incidente avrà per le singole concorrenti conseguenze diverse: alcune riprenderanno semplicemente la vita di prima; la ragazza borghese che voleva rendersi indipendente per seguire l'innamorato trova la forza di staccarsi dalla famiglia; la servetta maltrattata ritorna al suo paesello; la ragazza sedotta ormai non può nascondere la sua attuale condizione; la fanciulla che ha provocato la lite, viene chiamata al commissariato di pubblica sicurezza, ma evidentemente non è lei la responsabile.

 

 

 

 

lunedì 24 ottobre ore 20:30

Astrosamantha

Un film di Gianluca Cerasola

 

Documentario. Durata 83 min. Italia 2016. Officine Ubu

Entrata: Via San Francesco di Sales 1a

Organizza: casa internazionale delle donne, Forma liquida, El Mirabras, La stanza di Eva Onlus

Luogo: Centro congressi

REGIA: Gianluca Cerasola

 

GENERE: Documentario

ANNO: 2016

SCENEGGIATURA: Gianluca Cerasola

PRODUZIONE: Morol

DISTRIBUZIONE: Officine Ubu

PAESE: Italia

La voce dell'attore Giancarlo Giannini ci accompagna negli ultimi tre anni della vita di Samantha Cristoforetti, astronauta dell'Agenzia Spaziale Europea protagonista della seconda missione di lunga durata dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI). Un'avventura formidabile vissuta dalla protagonista e dal suo team, documentata dal giornalista e autore di reportage Gianluca Cerasola che racconta le diverse fasi di preparazione alla missione, l'arrivo nello spazio e l'emozionante rientro a casa di Samantha. Il film svela al grande pubblico una versione inedita della donna detentrice del record europeo di permanenza nello spazio, che con la sua impresa è diventata un simbolo di coraggio e determinazione.

 

 

 

 

lunedì 31 ottobre ore 20:30

We want sex
Un film di Nigel Cole

 

Con Sally Hawkins, Bob Hoskins, Miranda Richardson,

Geraldine James, Rosamund Pike.

Titolo originale Made in Dagenham. 
Drammatico, durata 113 min. Gran Bretagna 2010. Luky Red

Entrata: Via San Francesco di Sales 1a

Organizza: casa internazionale delle donne, Forma liquida, El Mirabras, La stanza di Eva Onlus

Luogo: Centro congressi

Regia: Nigel Cole

 



Cast: Sally Hawkins, Bob Hoskins, Miranda Richardson, Rosamund Pike, Andrea Riseborough, Daniel Mays, Jaime Winstone, Kenneth Cranham, Rupert Graves, John Sessions, Richard Schiff, Geraldine James, Roger, Lloyd Pack
DISTRIBUZIONE: Lucky Red
PAESE: Gran Bretagna
DURATA: 113 Min
GENERE: Drammatico
ANNO: 2010

SINOSSI: Dagenham, 1968. La fabbrica della Ford è il cuore industriale dell’Essex (Inghilterra) e dà lavoro a 55mila operai. Mentre gli uomini lavorano alle automobili nel nuovo dipartimento, 187 donne cuciono i sedili in pelle nell'ala della fabbrica costruita nel 1920, che cade a pezzi corrosa dalla pioggia. Lavorando in condizioni insostenibili, le operaie finiscono per perdere la pazienza quando vengono classificate come "operaie non qualificate". Con ironia, buon senso e coraggio riescono a farsi ascoltare dai sindacati, dalla comunità locale e dal governo. Rita O’Grady, loquace e battagliera leader del gruppo, diventerà un vero e proprio ostacolo, duro e insuperabile, per il management maschile e troverà sostegno nella deputata Barbara Castle che le consentirà di sfidare anche il Parlamento. Insieme alle colleghe Sandra, Eileen, Brenda, Monica e Connie, Rita guiderà lo sciopero delle 187 operaie addette alle macchine per cucire, ponendo le basi per la legge sulla parità di diritti e di salario tra uomo e donna.

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Un euro per uno non fa male a nessuno

Da Andrea Mazzalai | Trend Online – 

 

 

Ogni tanto qualcuno, un premio Nobel, salta fuori e vi racconta che in realtà qualche. alternativa esiste, che questa unione monetaria non è inevitabile, figurarasi se da anni ve lo racconta un blogger qualunque…

Euro, Stiglitz: “Doveva portare prosperità, ha fatto l’opposto. Ora abbandonarlo o crearne uno per il Sud Europa”

Il Nobel per l’economia, in un intervento sul Financial Times, auspica l’abbandono della valuta comune che in alcuni Paesi ha prodotto “recessioni peggiori della Grande Depressione” e ora “è diventata un fine di per sé, che mina altri aspetti più fondamentali pdel progetto europeo perché semina divisione invece che solidarietà”

L’euro è “difettoso” fin dalla nascita. E ora la soluzione per i problemi dell’Europa può essere solo un ”divorzio amichevole”: o la fine della moneta unica tout court o l’istituzione di una valuta più flessibile, differenziata tra un “euro del Nord” forte e uno del Sud Europa più debole.

Ovviamente se l’euro è difettoso non ne basta uno solo ne crei un’altro e quindi se prima avevi una gabbia perché non inventarne un’altra?

Il titolo del post non è casuale un euro per uno non fa male a nessuno chiamatelo pure pizzeuro o eurobaguette o eurowürstel ma per favore che ognuno abbia la sua moneta e finiamola qui!

o Per spiegare quali solo i “difetti” originari che rendono l’euro insostenibile, Stiglitz prende come esempio due Paesi agli antipodi come performance economiche: Grecia e Germania. “L’alternativa ad aggiustare i tassi di cambio nominali è adattare quelli reali, facendo diminuire i prezzi greci rispetto a quelli tedeschi. Ma non ci sono regole che possano forzare un aumento dei prezzi tedeschi e i costi sociali ed economici che deriverebbero dal far diminuire abbastanza quelli greci sono enormi”. Risultato: “In assenza di una grande strategia, la troika delle istituzioni internazionali si è agitata e ha creato regole per il latte fresco o la dimensione delle pagnotte“.

Giusto per capire di cosa parliamo e del perchè i paesi del Nord non hanno alcuna intenzione di mollare il giocattolo creato apposta per loro, per le belle addormentate di questo Paese, vi raccontiamo i retroscena della vicenda del latte fresco…

Un altro esempio? Si voleva che in Grecia il latte fresco non avesse più di quattro giorni. Altrimenti doveva essere specificato, racconta Stiglitz.“Tra tutte le cose che stavano succedendo, perché discutere di questo? I caseifici olandesi e tedeschi volevano portare il loro latte industriale in Europa e venderlo ai consumatori greci. Il che avrebbe devastato i piccoli produttori greci indobolendo l’economia del Paese”.

Stiglitz: L’euro? Un esperimento a rischio fallimento

Invece che unire, l’euro ha creato divisioni. Diciassette anni dopo la sua introduzione, la moneta unica ha riacceso i conflitti, ha portato a ripetute crisi e ha alimentato un senso di sfiducia e incertezza. E’ questa la tesi del nuovo libro del premio Nobel per l’economia Joseph E. Stiglitz. Il volume intitolato “The Euro: How a Common Currency Threatens the Future of Europe” (L’euro: come una valuta comune minaccia il futuro dell’Europa) spiega come la divisa unica abbia peggiorato le diseguaglianze economiche e allo stesso tempo abbia diviso l’Europa in due: creditori e debitori.

Si pensi per esempio alla Brexit. O all’ondata di populismo che ha travolto l’Europa. Stiglitz vorrebbe che questi eventi portassero a una riflessione sulla filosofia economica in Europa. “Sfortunatamente abbiamo visto il contrario. Si continua con un esperimento fallito e una linea dura con cui i leader europei in risposta alla Brexit hanno detto – e lui cita Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea – che ‘dobbiamo essere molto ma molto severi nei confronti del Regno Unito per far sì che nessun altro Paese esca dell’ Unione europea. Questo secondo me è scioccante.

Uno spera che le persone rimangano nell’Ue perchè garantisce benefici e prosperità, perché vi è la fiducia nella solidarietà europea. [Juncker] invece sta dicendo che l’unico modo per unire l’Europa è impaurire le persone su quello che accadrebbe in caso di uscita”.

Chiaro il concetto o serve un disegnino, è chiaro cosa è successo nel 2011, quando il nano ha minacciato di lasciare l’Europa? O meglio ancora è chiaro cosa accadrà questo autunno quando andrete a votare per il referendum costituzionale, se non votate si, distruggeremo tutto, mercati, titoli di Stato, fiducia, qualunque cosa serve per farvi votare come l’Europa vuole!

Loro si stanno già portando avanti con il lavoro mentre Voi leggete da sotto l’ombrellone, vi ricordano che gli altri sono tutti preoccupati…

Ma quale Brexit, l’evento dell’anno sarò Italexit o Exita come meglio volete chiamarlo, le elezioni americane solo inutile contorno. Buona consapevolezza sotto l’ombrellone!

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Comunità di Sant'Egidio

 

 

Riceviamo e pubblichiamo

Associazione Trastevere Rione XIII

 

 Logo Comunita SoloColomba              

 

Cari amici,

 

tra pochi giorni, dal 18 al 20 settembre, si terrà ad Assisi l'Incontro internazionale "Sete di Pace: religioni e culture in dialogo".

 

30 anni dopo la storica Giornata di Preghiera per la Pace del 27 ottobre 1986 voluta da San Giovanni Paolo II, uomini e donne di religioni e culture diverse, uniti dalla speranza che lo “spirito di Assisi” possa portare pace in un mondo segnato dalla violenza, si incontrano per 3 giorni, per parlare, confrontarsi, pregare l'uno accanto all'altro.

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Insieme ai leader delle religioni mondiali ci sarà anche Papa Francesco, che parteciperà alla cerimonia conclusiva di "Sete di Pace" il 20 settembre.

 

 

Per iscriversi scrivere a:
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
oppure iscrizione on-line:
www.sanfrancesco.org/spiritodiassisi

L'iscrizione è gratuita



ASSEMBLEA INAUGURALE
E' necessaria una carta d’ingresso da richiedere alla Segreteria entro il 20 agosto 2016
(posti ad esaurimento)

PANEL
L’ingresso è libero

CERIMONIA FINALE
La partecipazione è libera

 

(per i settori riservati è necessaria la carta d’ingresso )

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Piazzisti telefonici, tutte le armi per mettere fine alle chiamate moleste

 

Usi & Consumi

Chiamate per offerte promozionali ad ogni ora e proposte commerciali aggressive e poco chiare. Quotidianamente i consumatori vengono pressati dal telemarketing senza aver mai espresso il consenso. Le regole per tutelarsi ci sono, ma non sempre vengono rispettate e andrebbero aggiornate. A iniziare dal Registro delle opposizioni

di Patrizia De Rubertis su Affaritaliani

 

 Piazzisti telefonici, tutte le armi per mettere fine alle chiamate moleste

 

Essere subissati di telefonate dai call center che, a qualsiasi ora del giorno e della notte, propongono di cambiare gestore per risparmiare sulla bolletta grazie a tariffe super convenienti. Poco importa che le offerte promozionali siano valide solo 12 mesi e poi si finirà per pagare il doppio. Ed è praticamente impossibile salvarsi da questo martellamento che avviene nell’impotenza totale di chi lo subisce, nonostante riguardi la privacy di milioni di italiani. La sensazione è, infatti, quella di non potere nulla contro la potenza del telemarketing messo in atto da tutte le compagnie telefoniche, elettriche, del gas o delle pay tv senza esclusione di colpi.

Ma come fanno i piazzisti a farlo nonostante la normativa che regola il settore delle telecomunicazioni e la raffica di multe inflitte negli ultimi anni dal Garante della concorrenza(Agcm), dall’Autorità delle comunicazioni (Agcom) e dalGarante della Privacy. E, soprattutto, c’è una soluzione per uscirne?

 

Partiamo dai numeri. Con appena 5 centesimi a recapito, le aziende comprano tariffari completi di nome, cognome e numero di telefono da contattare per vendere i nuovi contratti. Nominativi che, poi, finiscono in una catena complessa di società che se li scambiano. E via via i dettagli aumentano: sesso, professioni, preferenze e status sociale. Una schedatura illecita, dal momento che la normativa prevede che si possano contattare solo i consumatori che hanno espressamente dato il loro consenso. E, invece, queste liste sono perlopiù composte da numeri che compaiono negli elenchi telefonici pubblici, da quelli presenti illegalmente su Internet e dai nominativi di chi, magari, compila un modulo per partecipare a un concorso sul web, attiva una carta fedeltà o un account online e, senza accorgersene, firma anche il consenso all’utilizzo dei propri dati personali per scopi pubblicitari.

Proprio come è capitato a circa 2 milioni di ex utenti della telefonia fissa di Telecom passati ad altri operatori che, nel corso del 2015, hanno ricevuto a casa una telefonata da parte di una società di telemarketing che, per conto dell’ex monopolista, ha tentato subdolamente di riconquistarli con offerte promozionali. Peccato che si tratti di un illecito gravissimo, come ha sancito il Garante della Privacy visto che, una volta che un contratto viene disdetto o scade, vengono meno anche tutte le autorizzazioni rilasciate dal cliente, a partire da quelle relative al consenso al trattamento dei dati personali. Entro poche settimane si saprà l’ammontare della sanzione che Timsarà costretta a pagare. Un importo che, tuttavia, dovrebbe fare il solletico al big della telefonia. Del resto il gioco del telemarketing aggressivo vale la candela: un fatturato miliardariocontro poche migliaia di euro si sanzioni.

Cosa che, del resto, avrà immaginato anche Fastweb che non si è fatta scrupoli a utilizzare oltre 14 milioni di nominativi, forniti illegalmente da una società specializzata nel settore delle banche, per promuovere offerte commerciali anche a quanti non hanno mai dato il proprio consenso. Anche se la Corte di cassazione nelle scorse settimane ha confermato alla compagnia una multa di 300mila euro, al 30 giugno 2016 i ricavi totali di Fastweb si sono attestati a 881 milioni di euro, in crescita del 2%.

Innegabile, quindi, che le regole a tutela dei consumatori siano inefficaci, tanto che lo stesso Garante della Privacy propone di cambiarle creando un “nuovo Registro delle opposizioni la cui iscrizione cancelli i precedenti consensi dati per le chiamate promozionali”. Così come ha spiegato ailfattoquotidiano.it Giuseppe Busiasegretario generaledell’Authority: “La chiave per mettere la parola fine a questo incubo per i consumatori è modificare la normativa, che ancora una volta ha dimostrato di essere un’arma spuntata”.

Registro delle opposizioni - Del Registro delle opposizioni, gestito dalla Fondazione Ugo Bordoni su incarico del ministero dello Sviluppo economico e finanziato dagli operatori di telemarketing, tutti parlano ma pochi ne hanno capito il ruolo. Dovrebbe difendere i cittadini dalle chiamate indesiderate, ma rovescia l’onere in capo al consumatore e a vantaggio delle società. “Tanto che su oltre 115 milioni di linee telefoniche attive, comprendendo anche quelle mobili,a luglio 2016 risultavano iscritte appena 1,5 milioni di numerazioni”. In altre parole, solo se legalmente si è dato il consenso a un gestore telefonico a chiamarci ci si può iscrivere per manifestare il diritto di opposizione alle chiamate. Ma se l’utenza non compare nell’elenco ed è quindi riservata, perché volontariamente non si è mai data l’autorizzazione (come accade per la maggior parte dei numeri fissi e mobile), l’intestatario non può iscriversi. Insomma, una beffa che lascia all’utente un’unica speranza: chiedere all’operatore, ai sensi delle norme sulla privacy, di non essere più ricontattato.

Rivolgersi all’Authority – Per questo motivo il Garante della privacy ha attivato un canale che permette al cittadino disegnalare eventuali violazioni di marketing telefonicoattraverso l’invio di un modulo per le segnalazioni di ricezione telefonate pubblicitarie indesiderate per le utenze telefoniche riservate. Poi, quando un corposo numero di reclami si accumula sul tavolo del Garante, scatta l’avvio di un’indagine che potrebbe portare a una multa al gestore.

Come chiedere il rimborso per le forniture non richieste – A braccetto con il telemarketing va l’attivazione diforniture non richieste, a scapito della buona fede di chi è all’altro capo del telefono. Meglio ricordare che si può recedere da un contratto a distanza entro 14 giorni, senza fornire alcuna specifica motivazione e senza costi. Il termine per esercitare il diritto decorre dalla conclusione del contratto nei contratti di servizi e da quando si entra in possesso del bene nei contratti di vendita di beni. Se, invece, non si riuscisse a liberarsi da questo contratto “estorto”, è possibile rivolgersi alCorecom della propria Regione che si occupa proprio deicontenziosi tra utenti e gestori dei servizi di telecomunicazioni. Si tratta di un servizio gratuito, di facile accesso e che garantisce in tempi rapidi la definizione della controversia. Dal momento che rappresenta il passaggio antecedente alla denuncia che va fatta all’Authority, solitamente i gestori decidono di accettare la conciliazione per evitare poi l’apertura di un’indagine. Il motivo è chiaro: davanti al Garante, il gestore telefonico deve dare prova della conclusione del contratto portando il contratto firmato o, comunque, riproducendo la registrazione integrale della telefonata di accettazione. Prove che, il più delle volte, non esistono. Il Corecom della Lombardia nel primo semestre 2016 ha restituito ai cittadini una somma di quasi 2 milioni di euro.

 

FAX SIMILE PER SEGNALARE TELEFONATE INDESIDERATE PUBBLICITARIE

 

Al Garante per la protezione dei dati personali

Piazza di Monte Citorio, 121 00186 Roma

 

Oggetto: Segnalazione di ricezione telefonate pubblicitarie indesiderate –

 

PER UTENZE TELEFONICHE RISERVATE

Dati segnalante: nome cognome via/piazza n. civico città c.a.p. provincia utenza interessata

Recapito per le comunicazioni: via/piazza n. civico città c.a.p. provincia indirizzo e-mail recapito telefonico

Il sottoscritto segnala a codesta Autorità la ricezione di telefonate per finalità di vendita diretta o compimento di ricerche di mercato o di comunicazione commerciale o a carattere promozionale e pubblicitario da parte delle imprese/società sotto indicate, alle quali non ha conferito uno specifico consenso al trattamento dei propri dati personali per le medesime finalità.

In particolare segnala la ricezione delle seguenti telefonate: data ore società/ditta che effettua la telefonata pubblicitaria (1) prodotto/offerta/promozione oggetto della telefonata n. telef. chiamante/ anonimo (2) (1) Indicare il nome/ragione sociale della ditta/società, indirizzo o città della sede. (2)

Se il proprio telefono non consente di visualizzare il numero chiamante barrare lo spazio. Se invece è attivo il servizio di visualizzazione della linea chiamante indicare il numero oppure se non compare indicare “privato”/”anonimo”.

 

 Luogo e data                                                                    firma

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NOI DONNE : articoli dell’ ultima pubblicazione del giornale settimanale e mensile

 

Riceviamo e pubblichiamo alcuni articoli dell’ edizioni settimanale e mensile.

Associazione Trastevere Rione XIII

 Logo Noi Donne

Terremoto Italia centrale: numeri, appelli, speranze

Gli appelli alla trasparenza, i volontari e le volontarie nei paesi terremotati e quelli che si preparano a partire. La testimonianza di un'imprenditrice agricola

inserito da Elena Ribet

Delle 292 vittime sinora accertate le fonti ufficiali dicono che 128 sono donne, 85 uomini e 25 i bambini (13 femmine e 12 maschi). Sono 53 le vittime ancora non riconosciute.

La protezione civile informa che con l’sms solidale al numero 45500, a oggi, sono stati raccolti oltre 10 milioni di euro e che le persone attualmente assistite sono 2688, ospitate in 58 campi e strutture (16 allestite nel Lazio e altrettante nelle Marche, che danno alloggio rispettivamente a 995 e 938 persone, e 26 in Umbria che ospitano altre 755 persone).

Innumerevoli le dimostrazioni di vicinanza e le iniziative concrete da parte di associazioni, cittadinanza, personalità (dagli appelli di Carmen Consoli durante la notte della Taranta, a Lady Gaga che ha promesso una donazione, fino a Mark Zuckerberg e alla dedica di Bruce Springsteen durante il concerto in New Jersey).
 

Quanto amore le persone siano capaci di esprimere nei momenti di buio e di paura ce lo dicono i moltissimi appelli alla trasparenza e al rispetto delle persone che vivono nelle zone colpite, moltissimi volontari e volontarie che stanno collaborando e cooperando.

Abbiamo raccolto l’appello di
 Amelia Nibi, dell’azienda agricola Casale Nibbi, alle porte di Amatrice, che si dedica alla coltivazione di mele e alla produzione e trasformazione di latte.
“Abbiamo avuto danni alle strutture, ad esempio ai capannoni col fieno, che si sono piegati da un lato, ai silos dei cereali; ci sono lesioni anche dentro al caseificio. Siamo in difficoltà, gli operai specializzati hanno deciso di andare via e al momento non siamo in grado di fare tutto. C’è il lavoro della stalla, l’alimentazione degli animali, il caseificio. Abbiamo ricevuto tanti messaggi di solidarietà, anche da clienti vecchi e nuovi, ma se non riusciamo a produrre, a distribuire… La produzione è ricominciata oggi con tantissime difficoltà. Non so quando potremo ricominciare una vita normale, anche dentro casa; abbiamo dei parenti che hanno perso tutto, ci sono le zie con i bambini piccoli che stanno nelle tende e cerchiamo di aiutare come possiamo, lavando le loro cose, e come noi anche tante altre persone e tante aziende cercano di organizzarsi per rimanere attive. Mi auguro e auguro a tutti di non restare soli”.

Il
 comitato 3e32 sulle pagine del suo sito (www.3e32.org) fornisce proprio oggi un aggiornamento da piccoli paesi colpiti dal sisma: Scai, Capricchia, Retrosi, S. Angelo, Rio (devastato), Salette (22 morti su soli 33 residenti), Verrico. In queste località, informa il comitato, “non ci sono necessità o richieste specifiche, ma gli abitanti sono molto interessati a capire cosa aspettarsi dal futuro e quindi molto disponibili a parlare con noi aquilani che abbiamo già vissuto questa esperienza”.

Ad Amatrice,
 Save the Children ha creato uno spazio dove bambini e bambine possano esprimersi, attraverso il gioco e il disegno, e svolgere attività pensate appositamente per situazioni di emergenza come quella che stiamo vivendo. Uno Spazio che “garantisce ai genitori la possibilità di avere del tempo per elaborare i propri lutti, affrontare i problemi dell’immediato e cominciare a pensare al futuro, sapendo che i propri piccoli stanno ritrovando un po’ di serenità e di spensieratezza in un luogo sicuro e protetto,” come dichiara Raffaela Milano, Direttore Programmi Italia-Europa di Save the Children, nella nota stampa dell’associazione.

E il 31 agosto
 Pagine Viaggianti parte per Amatrice, per portare quaderni, album, matite colorate, pennarelli, libri per grandi e piccoli. L’idea è di Libraduepuntozero, la cui portavoce Monica Maggi sta raccogliendo anche oggetti che non vengono immediatamente in mente, per esempio, in ordine sparso: ciabatte, cellulari vecchi con caricatore, stendini per i panni, mollette, pettini, spazzole, asciugacapelli, bacinelle in plastica, cuscini. “L'iniziativa mi è stata suggerita dall'attività che LIBRA svolge da anni (raccogliere libri), da alcuni contatti che mi hanno incoraggiato, dalla vicinanza al luogo terremotato, da un articolo che ha confermato l'utilità di cose apparentemente inutili”.

Improvvisare degli aiuti può essere complicato o addirittura controproducente e per questo Monica Maggi rassicura dalla sua pagina di facebook: “Sono perfettamente al corrente che i Comuni terremotati e la Protezione Civile hanno dato stop alla raccolta sul posto, che altri punti si sono attivati per raccolte analoghe o differenti, che certo non mancheranno aiuti. Ma ho avuto la fortuna di incontrare (ancora non fisicamente)
 Silvia Onorati della Cooperativa Velinia di Borgo Velino, ufficialmente autorizzata a contenere e proteggere i beni che da tutta Italia stanno arrivando per aiutare i terremotati. Silvia mi sosterrà nello stoccaggio del materiale, nell'accoglienza mia e di Alessandro Biagini (che mi accompagnerà) e nel ponte di aiuti che insieme stiamo creando. Lo sappiamo tutti, l'onda mediatica si attenuerà, arriveranno mesi freddi e i bambini sono senza scuola, giochi e sostegni di svago. Stiamo lavorando per procurare e consegnare aiuti anche quando le persone e la massa di aiuti saranno meno pressanti. Un po' da formichine, ecco :) Quindi no panic, non andremo alla rinfusa, all'assalto o in stile armata Brancaleone”.

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Il femminicidio è reato politico

Importanza dell'uso corretto del termine femminicidio: non tutte le uccisioni di donne sono femminicidi, cioè hanno a che fare con il sessismo

inserito da Rosanna Marcodoppido

Nei tempi di pausa, che a volte per fortuna accadono, è possibile che tornino alla mente rovelli che attendono di essere affrontati e risolti. Alcuni di essi dentro di me hanno a che fare con la lingua parlata e scritta e con le sue pigrizie di fronte al mutare delle coscienze. Nominare correttamente la realtà, contrastando il sessismo che ancora pervade il linguaggio, è responsabilità ineludibile di chiunque voglia affermare dignità e libertà per le donne.
 
Prendiamo la parola
 omicidio, essa rimanda espressamente all’uccisione di un uomo, per questo noi dell’Udi abbiamo tra le prime in Italia, oltre dieci anni fa, scelto la parola femminicidio, mutuata dal termine spagnolo feminicidio, usato dalle donne messicane per indicare uccisioni di donne per mano di uomini. Ci furono allora molte resistenze, ma oggi “femminicidio” è entrato a pieno nel linguaggio di tutte/i e si configura così come noi lo abbiamo definito: un reato iscrivibile in quel rapporto asimmetrico tra i generi nato millenni fa col sistema patriarcale e presente purtroppo ancora oggi, in modo più o meno palese, nelle pieghe della cultura e delle consuetudini tanto che è esso stesso, il sistema patriarcale, da considerarsi una forma potente e persistente di femminicidio. È importante tenere a mente tutto questo ogni volta che siamo di fronte alla tragica conta delle donne uccise,poiché non tutte le uccisioni di donne sono femminicidi. 
Resta dunque il problema, per evitare confusioni, di come si possa chiamare l’eliminazione violenta di una donna che non abbia a che fare direttamente con il sessismo degli uomini. Mi interrogo da tempo su questo e provo in modo sintetico a esporre il mio ragionamento: se sopprimere un uomo prende il nome di omicidio (dalla parola uomo), sopprimere una donna dovrebbe specularmente chiamarsi donnicidio (dalla parola donna). Quando però l’uccisione di una donna ha come movente il potere patriarcale e il suo simbolico, allora donnicidio - pure suggerito in passato da alcune - non è più un significante corretto perché il delitto in questo caso trova come sua unica motivazione una forma specifica di dominio all’interno di un rapporto antidemocratico e anticostituzionale, dunque perseguibile e affrontabile politicamente oltre che giuridicamente. In questi casi perciò è più appropriato usare il termine femminicidio. Continua a convincermi molto questa parola perché rimanda al dato di natura - la femmina della specie umana - quel dato che, svalutato e inferiorizzato, è stato il punto di partenza maschile e suo pretesto per giustificare il dominio, le discriminazioni, e la violenza sulle donne. Il donnicidio è perciò, secondo me, il nome da dare ad un reato comune - come ad esempio è il caso di chi sopprime una donna per poterla derubare o perché testimone scomoda - mentre il femminicidio si configura a mio avviso come vero e proprio reato politico in quanto delitto che mina alla radice il senso profondo delle regole democratiche. Una comunità autenticamente democratica, fondata cioè sulla dignità e libertà di tutti e tutte, dovrebbe avere come uno dei suoi valori fondanti la libertà femminile. Non è ancora così da noi e in genere in tutta quella parte di mondo che si dice democratica, poiché le forme che hanno assunto in occidente le democrazie hanno radici profonde nel patriarcato e non sono bastati tanti anni di lotte delle donne per neutralizzarle completamente. Da troppo tempo, inascoltate, noi donne diciamo che solo se queste radici vengono conosciute e combattute con le armi della cultura e della politica si potranno comprendere e decodificare nella loro verità i troppi episodi di violenza maschile sulle donne al fine di estirparli una volta per tutte.
Non si tratta solo, e già sarebbe molto, di assicurare alla giustizia i colpevoli e di essere concretamente al fianco delle testimoni/vittime, ma di fare una efficace prevenzione a più livelli riconoscendo la pericolosità del modello maschile tradizionale e contrastando in ogni modo tutto quello che ancora resta del patriarcato nelle relazioni, nel linguaggio, nei libri di testo, nei messaggi pubblicitari, nella formazione, nel mondo del lavoro e in tutte quelle leggi tese a ribadire una inferiorità femminile che i fatti stanno da oltre due secoli contraddicendo clamorosamente. Si tratta, appunto, di POLITICA.

 

 

 

 

La rappresentazione mediatica del femminismo, tra donne palestrate ed altre gambizzate

Sempre più costante è ritrovare sui media un'interpretazione errata del ruolo e degli obiettivi del femminismo in Italia.

inserito da Maddalena Robustelli

Meraviglia oltremodo che sui quotidiani nazionali si rincorrano tesi sui movimenti femministi nostrani, con argomentazioni che poco rispecchiano le loro discussioni teoriche e le conseguenti azioni messe in campo a favore delle aspettative e dei bisogni delle donne italiane. Già nel mese di luglio si era vista riproposta su L’Unità la consueta presa di posizione contro il femminismo storico e le sue rappresentanti, ree di appartenere ad un movimento “asfittico, schiacciato spesso in un vittimismo cupo, moraleggiante e, quel che è peggio, che fa figlie e figliastre, alla faccia della sorellanza” (Alessandra Serra). Strano un giudizio del genere, soprattutto alla luce della circostanza che invece le femministe reclamano a viva voce interventi celeri e efficaci al riguardo di un migliore contrasto alla violenza di genere, maggiori garanzie a tutela dei diritti delle donne, un welfare capace di consentirle una più congrua conciliazione tra la famiglia ed il lavoro, una più idonea applicazione della 194 mortificata dall'obiezione di coscienza, solo per indicare alcune tematiche su cui non sono per nulla asfittiche.
Anche pochi giorni fa un articolo del Corriere della Sera è intervenuto sulla natura ed il ruolo del femminismo attuale, definendo come sua conquista “la nuova estetica femminile” della donna palestrata a riprova che mentre “le sessantottine rivendicavano la parità sessuale, le nipotine se ne fregano abbastanza del sesso, loro espugnano i simboli della virilità” (Maria Teresa Veneziani). Sconcerta questa interpretazione, a dir poco forzata, dei risultati correlati alle pratiche delle attiviste, che si spendono costantemente a tentare di rendere il Paese più a misura di donna. Sembrerebbe che poco ci si informi al riguardo, se non si è a conoscenza, ad esempio, della circostanza che l’operazione del camper della Polizia di Stato “Questo non è amore” non è stata criticata solo dalle femministe dell’Udi, ma anche dalle giovani militanti di un gruppo nato recentemente sui social “Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi”.
 
Come anche poco attenti ci si appalesa allorquando si sottovaluti l’impegno di un altro gruppo di femministe che con il vigoroso dissenso di #ObiettiamoLaSanzione, assurto agli onori della ribalta mediatica nazionale, ha acceso i riflettori sull’ingiusto aumento delle sanzioni pecuniarie per le donne che abortiscono clandestinamente. Per non parlare dell’evento che il 2 giugno scorso ha portato in circa 40 città italiane alle manifestazioni spontanee di protesta contro la violenza di genere, in occasione del femminicidio di Sara Di Pietrantonio. Se solo si volessero mettere insieme nell’analisi del variegato universo femminista e femminile italiano queste ed altre forme di militanza, se ne desumerebbe ben altro rispetto a quello che appare dalla lettura dei quotidiani nazionali. Certo potrebbe al contrario argomentarsi che si tratti di un forte protagonismo virtuale, che poco si concretizza in azioni pubbliche condivise collettivamente. Intanto, però, è un fatto che tale protagonismo esista.
Se ne possono mettere in discussione i risultati concreti, come anche la partecipazione effettiva, ma che sia vivo l’impegno a tutela delle donne è incontrovertibile, sia pure solo per veicolare consapevolezza sui temi che più sono presenti nel dibattito generale. Come altrettanto è innegabile la voglia di scendere in piazza per comunicare la propria opinione, per proporre nuove soluzioni a vecchi problemi, per protestare contro i pochi passi fatti verso una cultura vera delle pari opportunità. Le attiviste vincolate a tale obiettivo non certo si fanno dettare le priorità della propria agenda politica né dalle rappresentanze istituzionali né tanto meno dai media. A chi vorrebbe loro imporre i temi di discussione, come ad esempio sta accadendo in questi giorni per il dibattito sul divieto di indossare il burkini, rispondono che ben altre sono le questioni da affrontare in Italia. E’ la nostra realtà che le impone, come dimostra la recentissima vicenda della giovane donna gambizzata dal fratello perché non era a lui gradito il suo stile di vita.
La classe politica nazionale, come anche i suoi megafoni mediatici, potranno pure adoperarsi a tentare di dettare alle donne italiane i loro slogan nelle rivendicazioni da portare avanti nel tempo più o meno breve. Non potranno però fare a meno di considerare il fermento presente all’interno dei movimenti femministi del Paese, soprattutto laddove essi cerchino di lavorare sinergicamente. Un tentativo al proposito è stato messo in campo proprio il mese scorso, con l’appello promosso dalla Rete Io Decido, D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza) ed UDI (Unione Donne in Italia), finalizzato a tenere il prossimo 8 ottobre un’assemblea pubblica nazionale a Roma. “La libertà delle donne è sempre più sotto attacco, qualsiasi scelta è continuamente giudicata e ostacolata. All'aumento delle morti non corrisponde una presa di coscienza delle istituzioni e della società che anzi continua a colpevolizzare e ridicolizzare le donne”, così sottoscrivono le proponenti, chiamando ogni donna, aggregata in associazioni o no, al confronto nazionale di ottobre per “contribuire a dare i contenuti e le parole d’ordine per costruire una grande manifestazione nazionale il 26 novembre prossimo”.
C’è da auspicarsi che nel solco della riuscita di questa mobilitazione di piazza ognuna lavori, nel proprio gruppo d’appartenenza o singolarmente, ad elaborare suggerimenti e proporre rimedi più che necessari alle difficoltà che attanagliano l’universo femminile in Italia. Con la speranza che i media seguano e divulghino questo lavoro quanto più correttamente possibile, perché le donne tartarugate o palestrate non sono di certo l’emblema del neo femminismo nostrano. Semmai il suo obiettivo prioritario è che di donne gambizzate o vittime di femminicidio se ne contino sempre meno, soprattutto se la classe politica riuscirà a coniugare alle parole annunciate, ai drappi rossi esposti ed alle sale delle donne inaugurate soluzioni in grado di contrastare in tutta la società italiana il concetto che alcune vite contino di meno delle altre, agendo conseguentemente a questo impegno ideale.

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Le tante violenze contro le donne

...il controllo del corpo delle donne come fondamento del controllo di tutti i corpi, compresi quelli maschili, attraverso gli stereotipi di genere....

Michele Grandolfo

Gli omicidi di donne da parte di partner o ex partner ripropone all’ordine del giorno l’attenzione su un fenomeno apparentemente aberrante ma, invece, punta di iceberg di una dimensione radicata nelle società umane: il controllo del corpo delle donne come fondamento del controllo di tutti i corpi, compresi quelli maschili, attraverso gli stereotipi di genere.
 
Non c’è persona di buon senso che non inorridisca alle storie di omicidio di donne, perché donne, ma ritengo si debba riconoscere come violenza quotidiana tutte le volte che si nega l’autodeterminazione, l’autonomia, il rispetto alle donne.
 
L’ambito della salute è paradigmatico della qualità di una società. In tale ambito assistiamo a fenomeni che rappresentano un clamoroso oltraggio alle donne nel momento in cui si impedisce l’autodeterminazione, come nel caso del ricorso all’aborto, o si opera, contro ogni evidenza scientifica accumulata da oltre trent’anni, impedendo l’espressione di competenza delle donne nel percorso nascita.
In tali circostanze il controllo del corpo ha valenze ideologiche primali e tale esercizio di controllo nella riproduzione umana rappresenta il fondamento di tutte le altre forme di controllo e di tutti gli stereotipi di genere: la donna ha bisogno di tutela perché soggetto debole.
Riguardo il ricorso all’aborto è forma di violenza non proporre, contro ogni evidenza scientifica, l’aborto farmacologico entro le 9 settimane (in Italia per ragioni ideologiche e non scientifiche è permesso solo entro le 7 settimane) e costringere la donna in ospedale per tre giorni esponendola al rischio di contrarre infezioni nosocomiali, quando molto più efficacemente, anche per ridurre il rischio di aborto ripetuto, si potrebbe procedere nei servizi consultoriali. Come è forma di violenza costringere la donna all’aborto chirurgico in anestesia generale, maggiormente dannoso per la salute della donna e implicante la presenza dell’anestesista che pure può opporre obiezione di coscienza oltre a un impegno non indifferente di risorse strutturali e infrastrutturali, necessarie anche per altre procedure chirurgiche essenziali, quando si potrebbe procedere in anestesia locale e operare a livello ambulatoriale, con maggiore tutela della salute della donna.
 
Riguardo la nascita, il non rispetto delle competenze della donna, la continua azione di inibizione delle sue competenze e di quelle della persona che nasce, costruiscono il senso di inadeguatezza e di incompetenza tali da fondare lo stereotipo della donna da mettere sotto tutela e di chi nasce da trattare come animale di allevamento industriale, quindi privo di autonomia e prono/a a acquisire gli stereotipi di genere. Va detto che ultimamente le donne hanno ripreso la parola e vanno denunciando in migliaia e migliaia, con la campagna #bastatacere e all’osservatorio violenza ostetrica, le violenze subite, i soprusi, le mancanze di rispetto.
 
Operare secondo le prove scientifiche, oltre a esprimere rispetto determina ingenti risparmi economici utili per finanziare integralmente il POMI (progetto obiettivo materno infantile) e tutti i servizi relativi alla salute delle donne e dell’età evolutiva, a partire dagli incontri di educazione sessuale nelle scuole.
Mostrare orrore per gli omicidi contro le donne non basta, è necessario che chi ha responsabilità di governo centrale e locale, chi ha responsabilità amministrative e tecniche e tutte le professionalità coinvolte facciano la propria parte quotidianamente per riconoscere l’autodeterminazione ed esprimere rispetto nei confronti delle donne.

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La sessualità al tempo di internet

Sally Zohney, giovane attivista per i diritti civili in Egitto, ha pubblicato una ricerca sul tema della sessualità tra i/le giovani

 

Zenab Ataalla

In Egitto non ci sono programmi ministeriali sull’educazione sessuale nelle scuole e tanto meno è possibile parlarne apertamente in pubblico. In una società conservatrice il tema richiede molta riservatezza ed è interessante capire il rapporto dei giovani e delle giovani egiziani con la loro sessualità e il loro livello di consapevolezza, oppure in quale modo ottengono le prime informazioni.
Sally Zohney
 cerca di rispondere a queste domande con una ricerca, pubblicata per la Global Information Society, in cui, parlando dei diritti sessuali in Egitto al tempo di internet, affronta il tema anche da un punto di vista di genere e spiega “se i ragazzi dipendono molto da internet per acquisire informazioni sui cambiamenti portati dalla pubertà, le ragazze si affidano alle loro madri che diventano anche la principale fonte di informazione sui diritti sessuali e riproduttivi”. Ma per le ragazze non sempre è semplice parlare di questo tema con le madri e, quando anche le amiche non sono di aiuto, internet diventa il mezzo attraverso cui acquisire informazioni. “Le ragazze hanno curiosità che vanno al di là dei problemi riproduttivi. Vogliono conoscere i loro corpi e la loro sessualità”.
A questo punto si apre uno scenario che fa riflettere. L’autoeducazione sessuale passa attraverso la fruizione di materiale pornografico che, invece di educare a relazioni sane, fa leva sugli stereotipi ed enfatizza il piacere maschile, aprendo la strada al problema delle molestie sessuali e della violenza domestica, ancora presenti nel Paese. “I materiali pornografici rispecchiano una visione distorta e incompleta dei rapporti ed allo stesso tempo forniscono una visione incompleta del piacere sessuale, mostrando relazioni sessuali che non sono sane. E di questo sono diretta conseguenza la violenza di genere e la violenza domestica che rientrano in una cornice sociale che vede la sessualità come un tabù anche per l’assenza di vere piattaforme di educazione per via di un patrimonio culturale e sociale rigido - continua la ricercatrice -. Le donne sono ritratte come oggetti a disposizione del maschio. Ma il piacere femminile dove è? L’argomento, pur non essendo nuovo nel discorso femminista progressista egiziano, rimane ancora oggi un tabù nella società”.
E visto che internet diventa il principale veicolo di informazione, allora bisogna fare una inversione di marcia. “Se esistono contenuti pornografici, bisogna fornire anche contenuti alternativi perché altrimenti non si può combattere la violenza di genere e tanto meno le future generazioni possono essere educate a rapporti di coppia sani e rispettosi della dignità”.
Senza, naturalmente, demonizzare in assoluto la rete che negli ultimi anni in Egitto ha permesso la nascita e l'azione di gruppi e progetti volti a combattere la violenza contro le donne, offrendo loro assistenza ed informazioni su come affrontare gli abusi. Sally Zohney sottolinea tuttavia quanto sia fondamentale il ruolo che lo Stato deve assumere per il cambiamento della società egiziana, anche organizzando nelle scuole laboratori ed attivando progetti rivolti all’educazione sessuale e sentimentale.
"Le donne in Egitto hanno un disperato bisogno di capire i loro bisogni sessuali, separatamente da quelli che sono i bisogni sessuali degli uomini. Solo così facendo possono rivendicare un’autonoma gestione dei loro corpi e capire la differenza tra un atto sessuale consensuale ed un atto sessuale non voluto. Fino ad allora, continueranno ad esistere casi di violenze domestiche e casi di aggressioni sessuali che vanificheranno ogni diritto acquisito”.

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CASA INTERNAZIONALE DELLE DONNE : eventi da lunedì 29 agosto al 4 settembre

 

Pubblichiamo per ricordare a chi in questi giorni è ritornato a Roma dopo le vacanze gli eventi in programma alla Casa Internazionale delle Donne che abbiamo ricevuto e pubblicato all’ inizio di agosto .

Associazione Trastevere Rione XIII

 

CASA INTERNAZIONALE DELLE DONNE

Via della Lungara 19  -  Roma   Trastevere

 

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La Casa Internazionale delle Donne apre le porte al jazz

ospitando dal 23 agosto al 4 settembre

all’interno della sua iniziativa La CASA (S)PIAZZA

il Festival ROMA SUMMER JAZZ

 

 

Lunedì 29 agosto ore 21:00

 

 

 

Israel Valera Trio

Feat Karen Lugo

 

Un omaggio a Frida Kalho poesie, flamenco, ritmi Latino Americani, atmosfere Maqam e colori Jazz.

Israel Varela, batteria e voce.
Angelo Trabucco, pianoforte.

Luca Bulgarelli, contrabasso.
Karen Lugo, ballo Flamenco

Muovi le idee-Ottava-E' arrivato Godot

 

 

 

Martedì 30 agosto ore 21:00

 

Orchestra Operaia

 

Un laboratorio sperimentale che vuole creare nuove sonorità proponendo al pubblico musica libera da logiche commerciali e fuori dei circuiti tradizionali e istituzionali l'Orchestra Operaia diretta da Massimo Nunzi incontra Sara Della Porta e Greg Hutchinson

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Mercoledì 31 agosto ore 21:00

 

 

 

Serena Brancale & Atrio

in SoulA

 

Un viaggio tra il soul, il pop italiano e le tendenze elettroniche americane. SoulA" nasce dalla passione per la musica contaminata, per la mescolanza di etnie.Serena Brancale, voce. Gianluca Massetti, pianoforte. Dario Giacovelli, basso e effects. Maureno Maugliani, batteria
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Giovedì 01 settembre ore 21:00

 

Martin, Sanders, Hutchinson meets

Lund & Giuliani

 

Sarà un viaggio musicale intenso ed inusuale. Un quintetto delle meraviglie, un Dream Team che il Roma Summer Jazz Fest è lieta di ospitare sul proprio Palco.Peter Martin, pianoforte. Lage Lund, chitarra. Rosario Giuliani, sax. Joe Sanders, contrabbasso. Greg Hutchinson, batteria

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Venerdì 02 settembre ore 21:00

 

 

 

Susanna Stivali Trio

in G.A.S.T.

 

G.A.S.T. Gioca, Ascolta, Sintonizza, Trasmetti.Nuovo progetto di Susanna Stivali con Marcello Allulli e Alessandro Gwis in chiave completamente elettronica.
Susanna Stivali, voce e live effects. 
Marcello Allulli, sax e live electronics. Alessandro Gwis, pianoforte e live effects
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Sabato 03 sttembre ore 21:00

 

Raffaela Siniscalchi

4tet

 

Un viaggio straordinario di scoperte, nel mondo di Tom Wait, nuove perche’ dietro a quell’incredibile timbro così “Torbato” si celano melodie affascinanti mai scontate ed armonie piene di stimoli. Raffaela Siniscalchi, voce. Giovanni Famulari, cello. Massimo Antonietti, chitarra. Andrea Colella, contrabbasso

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Domenica 04 settembre ore 21:00

 

 

 

 

CONCERTO

del

ROMA SUMMER JAZZ WORKSHOP

 

Oltre 60 allievi da tutto il mondo che hanno frequentato questo masterclass saliranno sul palco in una serata speciale:: il concerto di fine corso. Ingresso gratuito fino a esaurimento posti
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